Bush a Berlusconi: «Non cedete» Ma cresce la linea del disimpegno


ROMA. Silvio Berlusconi ha seguito il «giallo» degli italiani rapiti dalla sua villa in Sardegna, dove ha anche ricevuto la telefonata di George Bush. Il presidente americano ha infatti chiamato ieri i premier di Italia, Polonia ed El Salvador. Di tre paesi cioè che hanno contingenti militari in Iraq e che sono stati impegnati negli ultimi giorni in sanguinose battaglie.
Tutti avrebbero riaffermato il loro impegno «per sconfiggere gli elementi estremisti minoritari che stanno cercando di far deragliare il processo di pace con la violenza». La vicenda è però tornata immediatamente ad incendiare lo scontro politico. Fin dalle prime notizie, il centrosinistra ha chiesto al governo di venire in Parlamento a riferire sulla vicenda. Una richiesta contro cui il coordinatore di An, Ignazio La Russa, ha rivolto sospetti pesanti. «Non vorrei che tutta questa fretta tradisse l'aspettativa che succeda qualcosa agli italiani in Iraq. Sarebbe un fatto grave». Fatto sta che dopo qualche ora le commissioni Esteri e Difesa della Camera sono state convocate «in seduta permanente». Potranno cioè riunirsi anche in questi giorni di festa.
Nella Casa delle libertà in molti, come il forzista Sandro Bondi, hanno invitato a mettere da parte le «polemiche strumentali» per far prevalere «l'unità nazionale». Unità si, gli ha replicato il Verde Pecoraro Scanio, «ma per la pace, non certo per la guerra». Mentre il leghista Roberto Calderoli si è fatto invece alfiere della linea dura: «Serve la politica del bastone e contro i terroristi tutti gli strumenti sono leciti». Cresce però in tutto il centrosinistra il pressing sul governo. Rifondazione, Verdi, Pdci, Di Pietro e Occhetto nonché la sinistra Ds continuano a chiedere che i soldati italiani vengano fatti rientrare immediatamente. Ma anche la lista Prodi chiede ora un'accelerazione della «svolta». «La guerra c'è - ha sottolineato Mauro Zani - noi ne siamo partecipi grazie alla scelta del governo Berlusconi. Bisogna fermarsi subito». Il 30 giugno sembra ormai un termine troppo lontano. Non si può restare, è l'opinione sempre più diffusa, sotto il comando degli Usa.
«Il governo non dorma», chiede quindi il coordinatore Ds Vannino Chiti. E si impegni perché passi alle Nazioni Unite «tutta la responsabilità del dopoguerra, mettendo in campo una nuova forza multinazionale, con il coinvolgimento dei paesi arabi». Molto più duro Pietro Folena, del correntone, per il quale quello che accade in Iraq «è il frutto dell'ignoranza e dell'irresponsabilità dell'Amministrazione americana». Un quadro entro cui «il governo italiano è complice» e il ritiro del nostro contingente è ormai divenuta «un'urgenza». Pur in assenza di notizie certe, si è poi già aperta una disputa tutta teorica fra il partito della trattativa e quello della fermezza. «Bisogna chiarire che l'Italia è disponibile, se serve, anche a trattare per liberare i suoi cittadini», ha sostenuto il socialista Ugo Intini. Di tutt'altro parere Rocco Buttiglione: «Con i terroristi non è possibile aprire alcun dialogo», e ovviamente Calderoli: «Anche se la notizia dei sequestri fosse confermata, la linea di fermezza del governo non cambia».

Andrea Palombi