La Pmi è a metà del guado

MILANO. Diversi sono i fattori che sinora hanno tenuto distanti dalle nuove tecnologie molte piccole e medie imprese italiane: uno dei principali è stato la scarsa attenzione, da parte delle aziende dell'Information and Communication Technology (Ict), alle problematiche e al linguaggio delle Pmi stesse. Fortunatamente, da qualche tempo, questo atteggiamento sembra in via di evoluzione: un segnale importante è arrivato nei giorni scorsi da Milano, dove presso il Politecnico è stata presentata la prima «tappa» della ricerca «Le Ict come leva strategica nelle Pmi italiane».
La ricerca è stata realizzata da Mip-School of Management del Politecnico di Milano, con il contributo di aziende quali Hp, Intel e Microsoft, e la media partnership dell'Editoriale L'Espresso-La Repubblica. Si tratta di un'indagine molto dettagliata e approfondita che, attraverso un Osservatorio permanente, andrà a sondare nel corso dell'anno il grado di informatizzazione di vari distretti industriali nazionali. Una ricerca fortemente voluta dalle società hi-tech, che, in questo modo, stanno dimostrando di voler analizzare «in presa diretta» i bisogni delle Pmi italiane. Il passo d'avvio ha riguardato in particolar modo i distretti del tessile e del legno-arredo del Comasco, e quelli dell'industria meccanica, della gomma e della plastica e del tessile del Bergamasco. I primi risultati fotografano una situazione in generale piuttosto arretrata e molto frammentata. I computer sono ormai presenti nella stragrande maggioranza delle aziende, ma i sistemi sono spesso obsoleti o «messi insieme» senza particolari pianificazioni. Negli ultimi anni le Pmi delle aree esaminate hanno sicuramente sentito la necessità di «tecnologizzarsi», ma questa tendenza, in molti casi, si è manifestata semplicemente attraverso l'acquisto di nuove macchine, curando poco le infrastrutture software. Ecco dunque emergere una realtà fatta di sistemi operativi Windows 98 o NT, di vetuste piattaforme AS400 e di rigidi gestionali scritti in linguaggio Cobol. I siti web aziendali, in parecchie situazioni, sono assenti o fanno solo da scarna «brochure on-line» della società; la posta elettronica viene spesso utilizzata come mero sostituto del fax, e non ne viene sfruttato il potenziale di archiviazione, di scambio informativo e di marketing. Naturalmente non mancano le eccezioni, che non sono nemmeno pochissime. In questi casi, come evidenziato nella ricerca, «il titolare dell'azienda è molto sensibile all'Information technology, molto presente nelle scelte (elevato tempo dedicato), esistono buoni livelli di investimento in tecnologie, è stato cambiato almeno una volta il responsabile It, e il nuovo responsabile, ex consulente, svolge un ruolo importante e strategico». I «buoni esempi» vengono, nella sostanza, da quelle società che hanno strutturato le loro piattaforme informatiche in modo organico ed omogeneo, le hanno acquistate per ottimizzare la propria attività e non solo «per dovere», e ne stanno sfruttando razionalmente il potenziale senza subirle passivamente. Sempre secondo le parole dei ricercatori, la maggior parte delle aziende sono però o «belle addormentate» o «a metà del guado»: nel primo caso l'Ict viene considerata dal vertice societario un «male necessario», e si persegue una strategia di minimizzazione degli investimenti. Nel secondo caso vi è una crescente, anche se parziale, consapevolezza da parte della direzione del ruolo dell'Ict; la direzione ha di recente creato una figura di collegamento con la funzione It (giovane con competenze gestionali, con alcuni anni di esperienza nella gestione del cliente).