Locale a luci rosse, due le condanne


CASARILE. «Agevolazione di atti contrari alla pubblica decenza» è la formula che chiude, almeno in primo grado, una storia di scambi di coppie venuta alla luce tre anni fa. Due donne sono state condannate a pene detentive di poco superiori ai due mesi. Loro sostengono che il locale di Casarile che fece da scenario all'irruzione della polizia nulla aveva a che spartire con un club nel quale 150 persone ne osservavano una trentina intente alla conoscenza carnale. Il giudice la pensa diversamente.
Il blitz della questura di Milano venne attuato il 14 gennaio 2001 nel «Club Taverna Europa» di Casarile. Locale che nel frattempo (è bene sottolinearlo) ha cambiato gestione. Le forze dell'ordine entrarono in un primo locale nel quale si somministravano bevande, mentre in un secondo locale trovarono una trentina di persone nude che declinavano l'arte amatoria in vari modi, scambiandosi mogli e mariti, sotto gli occhi di altri soggetti impegnati ad «amarsi» da soli. Nel fuggi fuggi generale, i poliziotti riuscirono a identificare parecchie persone intente a quelli che il codice penale qualifica come atti contrari alla pubblica decenza e stimarono che nei due locali si trovassero poco meno di 200 persone. L'altra mattina, innanzi al giudice unico in composizione monocratica, sono comparse Marina Lotasi, 42 anni, residente a Siziano e Rosa Nocerino, 43 anni, di Casarile. La prima nella veste di titolare del «Club Taverna Europa» all'epoca dei fatti; la seconda come preposta alla mescita delle bevande e presidente del «Circolo Camelia Club». Erano imputate, oltre che del fatto di avere agevolato atti contrari alla pubblica decenza, dell'infrazione conseguente al fatto che il locale conteneva quasi 200 individui a fronte di una licenza che parlava di una capienza massima di 80 persone. Le due imputate erano difese dall'avvocato Loris Panfili del Foro di Milano. Il pubblico ministero, Roberto Femia, aveva chiesto, per entrambe, la condanna a 3 mesi per la violazione relativa alla presenza di un numero eccessivo di persone, e a 2 mesi per gli atti contrari alla pubblica decenza. Il giudice, invece, ha ritenuto che i reati fossero legati dal vincolo della continuazione e ha inflitto 2 mesi e 20 giorni a Marina Lotasi e 2 mesi e 10 giorni a Rosa Nocerino. Buona parte delle persone trovate in costume adamitico hanno, nel frattempo, fatto ricorso a riti alternativi. Restano da dire due cose. La prima: Marina Lotasi sostenne, anche con ricorso al Tar, che tra il bar e il club non vi erano legami. La seconda: lo statuto del «Camelia club» definiva con precisione le proprie finalità. «Promozione di attività culturali e ricreative al fine di incentivare l'amicizia, l'incontro e lo scambio di esperienze fra coppie sul problema della sessualità, da intendersi come valido aiuto psicologico al superamento dei tabù e delle crisi tra coppie, come informazione igienico sanitaria e di prevenzione della solitudine».

Fabrizio Merli