Ma la Storia non può cambiare

(segue dalla prima pagina)
verità giudiziaria è la verità giudiziaria. E la verità storica è altra e più vasta cosa: si compone anche dei verdetti giudiziari ma non si esaurisce con essi. La verità storica, quando è costruita su un serio ricercare e senza pregiudizio ideologico, non cambia al mutar delle sentenze. Poiché queste esaminano i fatti secondo quei meccanismi e tecnicismi giuridici che vigono in un Paese, in un'epoca. La verità storica - come aspirazione almeno - dovrebbe rimanere eguale sotto ogni cielo. E se si riscrive, non dovrebbe adeguarsi ai tempi nuovi, ma a nuovi elementi, a nuovi fatti venuti alla luce e adeguamente compresi.
Detto questo - più che della sentenza assolutoria in appello dopo quella di condanna in primo grado - per me, storico di quella strage, Piazza Fontana rimane quello che è stato. Un cruento, pianificato, criminale girar pagina imposto alla vita politica e sociale del nostro Paese. Con conseguenze imponenti di ordine storico. La domanda che serve di più, ora, non è se c'azzecca la prima o la seconda sentenza, ma piuttosto cosa è stata quella strage. Se non ci fosse stato quell'attentato - con i suoi diciassette morti e l'ottantina di feriti nel bel mezzo dell'autunno caldo del 1969 - questa nostra Italia che Paese sarebbe stato?
Si, lo sappiamo bene che la storia non si fa con i se. Ma il se obbliga ad illuminare coni d'ombra che, incastonati nel passato, perdurano nel presente. La tragica pagina di Piazza Fontana - riletta con la lente del se - consentirebbe di tracciare un altro affresco degli anni 1969-1972. Cosa sarebbe stato, quel 12 dicembre, se non ci fosse stato quell'attentato? Probabilmente sarebbe stato rammentato, e poi scordato, come l'inizio del concludersi dell'autunno caldo, la stagione nella quale erano confluite - assumendo un'immediata valenza politica - le agitazioni per il rinnovo dei contratti di lavoro di decine di categorie.
In quella seconda settimana di dicembre i lavoratori chimici hanno siglato da qualche giorno, un nuovo contratto. Li seguono a ruota i dipendenti dell'industria metalmeccanica del settore pubblico e l'intesa fa presagire un analogo risultato anche nel settore privato. Nelle ore successive arrivano a conclusione altre vertenze: edili, cementieri, fornaciari, cavatari, esercizi pubblici. Giovedi 11 dicembre, dopo un rush finale di 28 ore di trattativa, ci si accorda anche per il nuovo contratto dei 110.000 bancari.
I termini dell'accordo sono al centro di tutti i discorsi che coinvolgono, nella giornata di venerdi 12 dicembre, gli impiegati di banca. Una stagione di durissima conflittualità pare vicina a stemperarsi - come avevano voluto i più responsabili esponenti sindacali, o un politico avveduto come Carlo Donat Cattin - in un civile equilibrio. Non sarà cosi. Qualcuno non vuole che sia cosi.
Partendo dalla Banca Nazionale dell'Agricoltura, col rombo dello scoppio di quella strage assassina, s'impongono da Piazza Fontana a tutta Italia altre dolentissime note. Inizia la sofferta immagine di un Paese gremito di folle attonite per il primo di molti altri lutti e funerali. Inizia la stagione delle delle contrapposizioni feroci, senza regole, senza umanità. Gli anni di piombo, lo stragismo nero e il terrorismo rosso che crede di aprire una sua privatissima e ingiustificabile guerra contro lo Stato. Parte tutto da quella strage, da quel lontano venerdi di dicembre che ha cambiato - e per decenni - la vita politica del nostro Paese.
Giorgio Boatti