Putin va al plebiscito: sarà il nuovo zar
MOSCA. Vladimir Putin si prepara a vincere in modo quasi plebiscitario le elezioni presidenziali di oggi che, grazie ad una schiacciante maggioranza in parlamento, ad un nuovo governo su misura e al crescente controllo su grande impresa e mass media, ne faranno per i prossimi quattro anni il leader con più potere in Russia forse dai tempi di Stalin. Putin, le vele gonfie di sostegno popolare che premia soprattutto una ritrovata stabilità, si presenta al voto con importanti risultati in politica estera, dove ha ridato peso ad un Paese umiliato dalla fine dell'impero e dalla crisi economica. E con un programma di accelerazione delle riforme economiche e della crescita focalizzato sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.
Ma opposizione e imprenditori temono un'accentuata riduzione degli spazi democratici e dell'economia liberale.
Anche in Cecenia - malgrado la guerra continui sanguinosa - Putin ha ottenuto qualche risultato, facendo approvare una Costituzione (concede autonomia non indipendenza) ed eleggendo un nuovo capo della Repubblica mentre si preparano elezioni legislative. E nelle ultime settimane sono stati eliminati importanti leader della resistenza, come l'ex presidente Zemlikhan Yandarbiyev e il comandante Ruslan Gelayev.
Putin, secondo gli ultimi sondaggi dovrebbe ottenere il 70% dei voti, una vittoria non cosi schiacciante come si pensava qualche settimana fa, ma di quasi 20 punti superiore a quella che ottenne nel 2000 (52,9%).
Mani quasi completamente libere per Putin, come chiesto da lui stesso, che cominciano a suscitare interrogativi in Occidente. Soprattutto dopo che al controllo o liquidazione delle reti televisive nazionali indipendenti si sono aggiunti l'arresto di Mikhail Khodorkovski, fondatore del gigante petrolifero Yukos, e campagne elettorali, per le legislative e per le presidenziali che non hanno dato spazio all'opposizione e al dibattito. Dubbi alimentati anche dalla voglia di influenza in tutto lo spazio post-sovietico.
Critiche esplicite sono giunte di recente dal segretario di Stato americano Colin Powell il quale ha avvertito che un'alleanza russo-americana per un nuovo ordine mondiale non può prescindere da una visione comune della democrazia.
Putin, secondo l'analista Serghiei Dorenko «ha addirittura operato in un'altra dimensione» creando un vero e proprio «Stato feudale centralizzato». Fondato su un presidente-zar che concede ai vassalli, cioè a governatori e grandi imprenditori, «terra e industrie da gestire o su cui costruire imperi» in cambio di «lealtà e risorse». «E non ci sono democrazia rappresentativa, sistema giudiziario o istituzioni civili e neppure stampa o chiesa indipendenti che possano minacciarli».
Questo sistema, alimentato dalla corruzione e garantito dalla crescente influenza dei suoi servizi segreti e dalla fedeltà di un esercito di cui ha arrestato il declino, consentirebbe a Putin di governare nei prossimi 4 anni come un autentico zar un Paese di 145 milioni di abitanti. Uno zar, notano altri osservatori, che ha però sottratto la Russia alla confusione e all'ingovernabilità dell'epoca Eltsin, rimettendo il Cremlino al centro del potere e riprendendosi parte del peso internazionale svanito con l'Urss. In economia Putin ha gestito un periodo di forte e costante crescita che nel 2003 ha portato il tasso di incremento del Pil al 7,3%, un livello ormai sconosciuto in Occidente, mentre gli investimenti stranieri riaffluiscono come un tempo e le riserve di greggio e gas fanno gola a molti.
Ma non basta: il presidente ha promesso di decuplicare in dieci anni la ricchezza del Paese e di dedicarsi a sconfiggere la povertà di quasi un quinto dei russi, quei 30 milioni di pensionati che vivono con 1.500 rubli al mese (meno di 50 dollari).