«Centro storico chiuso alle auto»
Questa è una lettera aperta indirizzata al sindaco di Pavia Andrea Albergati.
In occasione del dibattito svoltosi nella serata di martedi 2 marzo presso Santa Maria Gualtieri sul tema di una viabilità urbana ecologicamente compatibile, lei sindaco, in merito alle ragioni della mancata chiusura del centro storico alle autovetture, ha dato alcune risposte che meritano una comune e pubblica riflessione. Ha dichiarato ai cittadini presenti in sala che la chiusura del centro storico costituisce una «proposta ragionevole» la cui realizzazione prevede «tempi lunghi».
Ha aggiunto che le amministrazioni, «come si sa, cercano il consenso» («sarebbe ipocrita affermare il contrario»); inoltre ha sottolineato come alcuni cittadini siano risultati contrari alle regole riguardanti la viabilità urbana al punto di costituirsi in comitato per contenere l'erogazione delle multe.
In merito alla «ragionevolezza» della chiusura, il termine da lei usato è apparso inadeguato, indicando un generico buon senso insito nella proposta. In realtà ben altre e sostanziali sono le ragioni connesse alla richiesta di chiusura: ragioni di ordine giuridico-amministrativo, di ordine ecologico-ambientale, di ordine storico-culturale.
Le ricordo che i pavesi si sono espressi in netta maggioranza con un referendum cittadino per la chiusura del centro storico entro l'area delle mura spagnole e lei, sindaco, si è presentato agli elettori includendo tale importante voce nel suo programma, già in occasione del suo primo mandato.
Per realizzare quel programma ha ricevuto il consenso dei cittadini; ovvero un consenso non generico, formalmente ottenuto nella logica della delega politica, come mezzo per realizzare il programma presentato agli elettori. Quindi il consenso è un mezzo e non un fine. Per tale ragione non è corretto, nella fase di esercizio del potere amministrativo, tralasciare aspetti fondamentali del programma dilazionandone all'infinito la realizzazione, cercando altro consenso, magari tra coloro che in quel programma non si sono mai riconosciuti.
Ne scaturisce una linea politica incerta, incoerente quando non contradditoria e trasformistica, destinata a scontentare tutti, ma soprattutto capace di alienarle il consenso di coloro che nel suo programma si erano riconosciuti. Si ripropone inoltre il rischio di uno stile amministrativo non trasparente, collegato a gruppi di pressione più o meno occulti, comunque non legittimati a imporre la loro volontà, se non a scapito della correttezza delle regole democratiche.
Pertanto, essendo lei quasi alla scadenza del suo secondo mandato, è auspicabile che tale importante parte del programma sia portata rapidamente a termine, essendo i tempi «lunghi», a cui faceva riferimento, già ampiamente trascorsi.
Esiste inoltre, come lei ben sa, una legislazione europea volta alla tutela della salute dei cittadini, che nel 2005 incalzerà sempre più le amministrazioni cittadine ad abbattere ulteriormente le emissioni nocive nell'aria; emissioni imputabili, come ormai è accertato, fondamentalmente ai gas di scarico delle autovetture. La chiusura del centro storico, accompagnata dal pacchetto di interventi di promozione di una viabilità urbana alternativa all'uso di autovetture private e di ridefinizione di un sistema dei parcheggi ecologicamene compatibile, costituiscono condizioni inscindibili e necessarie per il miglioramento della qualità dell'aria.
Senza dimenticare che la riscoperta dell'identità architettonico-monumentale dei centri storici liberati dalle macchine, nonché della loro identità artigianale e commerciale, culturalmente cosi diversa dai fenomeni di massificazione consumistica dei grandi centri commerciali, costituiscono un importante fattore di richiamo turistico per la città, oltre che un fattore sinergico di consolidamento e di ulteriore sviluppo delle suddette attività economiche.
Grazia Barbetta CabanoPavia
Pavia, il centrosinistra
che vuole farsi male
Ciò che sta accadendo alla maggioranza di Pavia mi sta procurando una grande disillusione. Non volendo votare per il centrodestra, sia per la qualità della proposta che per il rifiuto ad accettare il berlusconismo leghista imperante, avevo creduto nella Lista Albergati, avevo votato il sindaco e avevo dato la mia preferenza a uno dei tre consiglieri che sono usciti (il Nuovo Ulivo di adesso, n.d.r.), perché avevo visto nell'impegno di persone non politicamente targate un apprezzabile segnale di rinnovamento e di novità, da sostenere.
Che dire della miserevole gestione della mia preferenza? Mai avrei creduto che gente nuova si scoprisse avere il germe della peggior partitocrazia del passato; la caccia al potere, il blocco della città senza nessuna proposta che non sia organica alla devastazione dei partiti che sono alla base del progetto dell'Ulivo che, con il loro consenso, hanno permesso la loro elezione; la ricerca di una visibilità fatta di frasi vuote e senza contenuto; il «contro» come denominatore comune di ogni intervento.
E che cosa può legare tre laici della Lista Albergati con un segretario di sezione dei Ds rimasto senza patria e senza elettori se non un disegno di potere da raccogliere prima della fine della legislatura?
Se questa è la gente nuova e questa è l'etica e la morale di cui si riempiono continuamente la bocca, è molto meglio il vecchio, perché almeno votando sapevi che di che morte dovevi morire e a chi ti affidavi.
Non so come si concluderà la vicenda e, quindi, quando si voterà. Ma è certo che al prossimo giro, se mi sentirò costretto ancora una volta a votare per l'Ulivo, per la tragedia che ogni giorno di più continua a rappresentare il centrodestra berlusconiano, starò attento alla lista e sceglierò un candidato che mi assicuri di non «rubarmi il voto».
Adriano FranzosoPavia
L'attualità di don Bosco
maestro di formazione
Tra noi laici la «giornata di don Bosco», che ricorreva alla fine di gennaio, è trascorsa indifferentemente. Siamo assuefatti a sentirlo nominare ogni tanto e lo identifichiamo con il bene che lui faceva ai giovani e, al massimo, lo colleghiamo al nostro don Boschetti.
Ciò è assai riduttivo. C'è ben altro. A leggerne la vita si rimane trasecolati soprattutto per i fatti soprannaturali. Eccone uno. Una sera, mentre guidava le preghiere comuni fra i laici, non riesce a proseguire nel momento del ricordo dei defunti. Vedeva «spiccarsi dall'altare maggiore due fiammelle... e fermarsi sopra due presenti. Nella luce di una egli leggeva 'morte", in quella dell'altra 'apostasia". Non finiva l'anno che il primo dei due indicati moriva e il secondo passava al protestantesimo». Era l'anno 1858 e il fatto avveniva sopra Lanzo nel santuario S. Ignazio. Don Bosco confidava questo a un altro sacerdote, il salesiano don Francesia, che presente, curioso come gli altri, chiede la ragione di quell'incespicare durante l'orazione, amnesia avvenuta nel recitare il salmo dei defunti.
Questo episodio è soltanto uno dei tanti. Don Bosco era veramente eccezionale. Fortunati coloro che si dissetavano alla sua fonte santificante. Ma nonostante che egli fosse un santo vivente, incontrava difficoltà di ogni specie, persino nell'ambito della Chiesa e in luoghi diversi. La sua fibra e la fede dovevano essere ben resistenti come una barca fra i «marosi», tra liberali, massoni e protestanti da una parte e incomprensioni, cattiverie e invidie dall'altra, anche in qualche vescovado, a seconda dei periodi. Le novità generavano diffidenza. Ma egli sapeva ricavare un buon distillato anche dai frutti rozzi.
Basti pensare alla cosiddetta Opera delle vocazioni tardive, utile ancora oggi a causa della crisi vocazionale in atto in seminari diversi dalla «scuola di fuoco» salesiana. Don Bosco era maestro in tutto e imitabile, ieri come oggi. Cosi fecero i santi don Guanella e don Orione che «bevvero» da lui.
Sauro RazzanoPavia
A Vigevano un esempio
per tutte le donne
Se c'è una donna nella quale tutte le altre possono identificarsi per come ha saputo valorizzare un atteggiamento femminile del tutto nuovo, perché carico di energie psicologiche e morali molto speciali, questa è la dottoressa Carmen Manfredda, procuratore della Repubblica di Vigevano trasferita alla Ue.
Alessandro DifonsoPavia