Morte semiseria di un anarchico
PAVIA. In una notte di dicembre del 1969 il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, accusato (senza alcun fondamento, come sarebbe poi risultato) di responsabilità nella strage di piazza Fontana, 'si suicidò" precipitando nel cortile della Questura di Milano da una finestra del quarto piano. Pochi mesi dopo quel tragico avvenimento Dario Fo scrisse e rappresentò 'Morte accidentale di un anarchico" con l'intento di fornire a caldo, sotto il velame dell'invenzione farsesca, una puntuale controversione dei fatti per metterne in evidenza (ed in ridicolo) le molte contraddizioni accreditate dalla magistratura. Il testo è tipico del Fo politico 'di pronto intervento", dove realtà e finzione si intersecano in un gioco molto stretto.
Un gioco di false identità, di sostituzione di persone, di trabocchetti che hanno al centro un Matto, simulatore per malattia e professione, mostruosamente trasformista, a seconda dei casi psichiatra, poliziotto, vescovo, uno di quei tipi svitati cosi vicino a quei 'sani matti da legare" che furono protagonisti di uno dei primi testi di Fo. Convocato in via Fatebenefratelli in seguito ad una serie di denunce, si trova a contatto con un mondo della reticenza e della menzogna, di cui decide di essere il giustiziere.
Buttato fuori da un ufficio, entrato in un altro, si spaccia per un ispettore generale - come direbbe Gogol - del Ministero della giustizia mandato ad indagare sul caso inquietante e confuso dell'anarchico volato giù dalla finestra. Eccolo, dunque, documenti alla mano (tutto il dialogo è costruito su documenti, dichiarazioni veramente pronunciate, ammissioni fatte e rese pubbliche), chiamare a rapporto i funzionari, raccoglierne le testimonianze che cambiano, smontare l'incredibile vicenda e rimontarla, applicando alla lettera le argomentazioni dell'accusa con la lucidità dei folli e 'aiutando" i poliziotti a dipanare la pericolosa matassa di versioni contrastanti. Se un agente afferma che nel trattenere l'anarchico gli è rimasta una scarpa in mano, ma il morto nel cortile le aveva entrambe, il Matto suggerisce varie ipotesi"riparatrici": l'anarchico indossava due scarpe sovrapposte, oppure aveva tre piedi e cosi via. Aiutato da una giornalista curiosa, che vuole fare luce nel pateracchio, a poco a poco riesce a mettere in luce le connivenze ed i colpevoli silenzi, con cui si cercava di scagionare coloro che condussero un interrogatorio definito dagli stessi interessati 'duro". Ne esce un vertiginoso incalzare di battute, assurdità, sberleffi, tiritere, affermazioni seguite da smentite e smentite seguite da affermazioni uguali e contrarie, che portano ad una confusione totale, ad un irresistibile parossismo, perché il Matto, fingendo di difendere e giustificare i suoi reticenti o sproloquianti o imploranti imputati, si lancia in una serie di asserzioni paradossali, cavate, con una specie di beffarda rabbia, da sotto il rovescio della realtà. E finisce con il ridicolizzare la polizia, costretta a rimangiarsi ad uno ad uno i pezzi dell'ingranaggio e perfino a cantare in coro l'inno degli anarchici. (f. cor.)
MORTE ACCIDENTALE DI UN ANARCHICO di Dario Fo, con Eugenio Allegri, Luca Toracca, Paolo Pierobon; regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni. Oggi e domani, ore 21, e domenica, ore 16, al Teatro Fraschini di Pavia.