Lisa nel «Paese del sorriso»

PAVIA. Negli anni Venti del Novecento il filone dell'esotismo, anche a livello di semplice curiosità, attirava, era di moda. Lo spettacolo lo sfruttava abilmente (si pensi, nella lirica, alla Turandot e alla Madama Butterfly). Anche l'operetta. Infatti, il Paese del sorriso, che Lehàr musicò su libretto di Herzer e Löhner-Beda, è la Cina, lontana, misteriosa.
Un mondo, di tradizioni e costumi cosi diversi dai nostri, forse incomprensibile, certo non assimilabile. Ed ecco uno degli argomenti portanti dell'operetta: l'incomunicabilità tra i due protagonisti, la giovane nobile viennese Lisa e il bel tenebroso principe cinese Sou Chong. Tra loro scocca un'attrazione fatale, destinata a bruciarsi nel breve arco della passione; Lisa, lascia tutto e tutti per stabilirsi nel di lui palazzo di Pechino, trapiantandosi là dove sorridere è un dovere, sempre, in ogni circostanza. Ma non riuscirà, nonostante il suo amore, ad accettare il ruolo subalterno destinato alle donne.
Ed ecco l'altro argomento conduttore: il femminismo. Ne è portatrice la principessa cinese Mi, sorella del principe, che tenta di ribellarsi alla sua triste condizione millenaria che la costringe a rinunciare alla moda, ad esprimere i sentimenti, a far bambini e a farsi bella solo per il padrone. Rivendica il suo diritto alla tenerezza ed è conquistata dalle meraviglie del mondo europeo. Ma invano: la tradizione del Celeste Impero è più forte. Vincerà anche contro Lisa, che non può accettare che Sou Chong, pur solo formalmente, possa avere altre donne oltre a lei. Il principe, infatti, nonostante abbia solo Lisa nel cuore, è costretto ad obbedire alle sante leggi del paese e, come imposto dallo zio, sposa quattro ragazze cinesi. Lisa non comprende, vuole separarsi da lui. Allora viene fatta rinchiudere. Sou Chong, però, capisce che Lisa è soprattutto nostalgica di una vita diversa. La lascia quindi tornare in Europa. Disperato, le canta il suo addio: 'Tu che m'hai preso il cor, sarai per me il solo amor... No non ti scorderò, vivrò per te, ti sognerò... Lontan da te, è morir d'amor, perché sei tu che m'hai rubato il cor...". Il destino non ha voluto che i due innamorati vivessero insieme felici e contenti.
Questo finale non lieto, della rinuncia, arieggia fin dall'inizio, lungo tutta la partitura di Lehàr, che ancora una volta dimostra di sapersi rinnovare. Rispetto alla produzione precedente, qui la sua orchestra è coloratissima ed anche preziosa, Puccini è sempre più presente, le larghe frasi sentimentali ricordano l'opera verista e l'aderenza al teatro drammatico è maggiore e c'è un nuovo, più veloce ritmo, come in Kàlmàn, con la differenza che, mentre nel compositore ungherese prevale l'accento magiaro, in lui prevale quello viennese. Nel 'Paese del sorriso", insomma, si apprezza la creatività migliore di Lehàr: l'operetta diventa uno spettacolo pieno di magici incanti, ma l'azione va avanti in musica come nel melodramma. (f.cor.)

IL PAESE DEL SORRISO di Franz Lehàr, con la Compagnia di operette Corrado Abbati; regia di Corrado Abbati. Domani (ore 21) e domenica (ore 16) al Teatro Fraschini di Pavia.