Il precariato umiliante
Siamo tutti convinti della necessità di intervenire su una riforma attuata più di venti anni fa, e solo parzialmente aggiornata. Ma siamo ancora più sicuri che questo governo non risolve i problemi, anzi ne aggiunge altri sul piano della precarietà per i ricercatori e dell'irrigidimento della funzione docente.
Servono sicuramente regole di reclutamento più definite e nuove forme di valutazione dell'attività didattica e di ricerca dei docenti universitari, in un'ottica di miglioramento e di avanzamento della carriera. La ricerca e lo studio di eccellenza non hanno bisogno di anni di precariato umiliante ed angosciante, dove metà delle energie intellettuali vengono spese nella semplice sopravvivenza quotidiana per ottenere una misera borsa di studio a tempo, con relativi compromessi ed eventuali emigrazioni in altri lidi.
Sicuramente servono nuove regole per ripensare all'aumento del carico di lavoro per i docenti, accompagnato dai finanziamenti sempre più esigui.
Ma questo governo risponde solo con la creazione di nuovi problemi: un numero di ore di lezione senza una giustificazione adeguata dal punto di vista didattico e di ricerca e il ritorno ai concorsi nazionali del passato. E il ricercatore scompare nella maschera ombrosa e oramai onnicomprensiva del «precario» o più semplicemente del lavoratore a cottimo di un tempo senza prospettive e senza futuro.
Nei Paesi tecnologicamente avanzati ed economicamente sviluppati, a differenza della situazione italiana, esistono assetti legislativi ed amministrativi che invitano ad una più estessa mobilità territoriale e ad una maggiore flessibilità professionale per i ricercatori e per i docenti universitari, ma è altrettanto vero che vi sono opportunità di lavoro e di ricerca indefinitamente più sicure, remunerative e di lungo periodo.
In Italia abbiamo una situazione dove vi è un progressivo defilarsi dell'intervento pubblico per l'Università e la ricerca, sia per l'erogazione dei fondi, sia nel prospettare politiche che facilitino l'aggregazione di differenti soggetti istituzionali e non per avviare la realizzazione di attività di ricerca di ampio respiro.
In più è evidente che nel settore privato in questi ultimi anni, per situazioni ambientali e per scelte economico-finanziarie, le grandi imprese non hanno considerato la «ricerca» come un assetto strategico prioritario.
La visione minima della ricerca e dell'Università da parte del mondo finanziario ed aziendale, accompagnata, poi, dall'azione di riduzione, rinuncia e precarizzazione ad opera del governo, pone l'Italia in una situazione unica rispetto agli altri Paesi tecnologicamente avanzati. All'estero, infatti, la flessibilità e la mobilità non sono utilizzate essenzialmente come controllo punitivo della buona volontà dei bravi docenti e ricercatori nel lavoro e nello studio, quanto per una migliore gestione amministrativa ed organizzativa della ricerca. La flessibilità è relativa alle strategie del lavoro quotidiano, che utilizza personale qualificato, il quale offre poi competenze ed esperienze per attività di lungo periodo con condizioni lavorative certe.
La logica espressa dalla riforma proposta dal governo ci appare una non soluzione che copia malamente solo la prima parte delle procedure di reclutamento ed avvio al lavoro qualificato e di alto livello degli altri Paesei europei e oltreoceano.
In tutti gli altri Paesi la mobilità, la flessibilità e le procedure di valutazione del merito si accompagnano ad un terreno solido; giuridicamente non ambiguo e accompagnato da prospettive di impiego di lungo periodo sia nel settore di ricerca a gestione pubblica, sia in quello a gestione privata.
Tuttavia è positivo che il ministro, assediato dalle proteste sulla sua «epocale» riforma della scuola, non si sia arroccato a difesa delle sue proposte e abbia invece dato qualche segnale di disponibilità. Il momento del dialogo i parlamentari di opposizione lo attendono da molto tempo. Che sia la volta buona? Si spera.
on. Piera Capitellideputata, responsabile regionale Ds Scuola-Università