Il sistema non regge: tutto il mondo rischia
Se Emilio Gerelli si prefiggeva di interrompere una serie di brillanti relazioni, nel quadro dei dibattiti di «Socrate al Caffè», c'è riuscito. Ciò che lascia perplessi nel suo (quasi) ottimismo ecologico, non è tanto l'insieme dei dati che raccoglie, ma l'intenzione polemica che lo anima: alla fine egli stesso non fa che riconoscere doverosamente l'ipertrofia del trasporto su gomma, l'aumento delle emissioni di Co2 e delle polveri sottili nell'aria, l'incremento dei rifiuti solidi urbani, il peggioramento qualitativo delle falde acquifere e tanto altro.
Il (quasi) ottimismo sembra un esercizio mentale di pensiero positivo più che una conseguenza dei dati che egli espone; se la prende con il catastrofismo delle «frange» ecologiste ma appena si addentra nello specifico, questa «success story» delle politiche ambientali appare molto forzata.
Se all'attivo c'è qualche necessario correttivo in alcuni specifici ambiti (protocollo di Montreal per i Cfc, eliminazione del piombo nelle benzine...), ciò significa soltanto che alla specie umana è consentito ancora un barlume di consapevolezza.
La visione d'insieme è ciò che invece più conta in una disamina del problema ambientale planetario; certamente questa visione, per chi ne ha una scientificamente attendibile, può solo portare alla conclusione che il sistema economico-politico dominante nel mondo non regge. E' constatazione, non pessimismo!
Mi ha stupito la citazione di B. Lomborg, personaggio di discussa competenza tecnica, e la mancata citazione dei nuovi economisti (Kenneth Boulding, Herman Daly...) senza il cui contributo l'economia come disciplina è destinata a rimanere «alienata» dalla realtà geofisica e biologica, con ricadute applicative devastanti.
Con l'arretramento dei ghiacciai perenni e il decremento in estensione dei ghiacci polari, non c'è più bisogno di valutare le temperature medie del pianeta, impresa questa di estrema complessità e dai risvolti sempre un po' opinabili. L'impatto antropico, comunque, produce non solo riscaldamento, ma danni a tutti i livelli: perdita irreversibile di specie, impoverimento dei mari con riduzione sino all'80% del pescato relativamente a certi tipi di pesce, desertificazione...
L'ecologo Mario Pavan, prima della sua scomparsa, era preoccupato delle ricadute che l'afflusso nel Mediterraneo, continuo e ingentissimo, di acque inquinate dal Mar Nero, potesse determinare. Era forse un catastrofista? Credo si possa lasciar aperta l'ipotesi che fosse un competente entro un contesto sociale di incoscienti. Se vediamo un figlio che camminando affonda, dobbiamo discutere se sono sabbie mobili o allungargli subito un bastone?
Concordo invece pienamente con Gerelli quando parla di insufficiente coraggio politico nell'affrontare un cambio d'impostazione socio-tecnologica (e demografica) più che opportuno.
Vincenzo Capriolipresidente dell'associazione Tabu San Martino
Eppure i cacciatori
salvaguardano la fauna
La curiosa notizia apparsa l'8 febbraio relativa alla strage di caprioli, dai contenuti per un verso evasivi e d'altro canto intrinsecamente ricolma delle notorie polemiche, troppo spesso sottaciute o non sufficientemente affrontate, che ruotano, quale corollario indispensabile, attorno al mondo venatorio, impone quale doverosa chiave di interpretazione una breve seppur larvata replica.
Senza entrare nel merito della problematica relativa alla cosiddetta fuga di notizie o divulgazione del segreto istruttorio, in ordine al «presunto» abbattimento illegale del capriolo, la cui giusta valutazione è demandata alla competente autorità giudiziaria, in qualità di cacciatore e difensore dei presunti carnefici cacciatori di frodo, ritengo, quanto meno opportuno, focalizzare l'attenzione dei lettori e soprattutto richiamare ai propri doveri istituzionali i diretti destinatari o coloro che si sono ritenuti chiamati in causa, su alcune questioni nodali sottese e mal doverosamente affrontate o risolte.
Mi preme preliminarmente far presente agli esponenti del Wwf, con una pregevole nota di encomio per l'attività dagli stessi svolta, che se non esistessero i cacciatori, o meglio le quote dagli stessi versate ai competenti organi per l'esercizio dell'attività venatoria, si dovrebbe ricorrere agli zoo per poter vedere «la selvaggina». E ancora, se i cacciatori o frodatori che dir si voglia, non provvedessero alla cattura o all'abbattimento dei nocivi, come potrebbe essere salvaguardata la fauna autoctona? Dal momento che tale attività di tutela e salvaguardia del patrimonio faunistico viene capziosamente male interpretata o travisata, come mai gli esponenti del Wwf, quali tutori e difensori del patrimonio faunistico, non hanno mai in modo costruttivo collaborato a provvedere al mantenimento dell'equilibrio biologico? Le critiche sono ben accette, solo se costruttive.
Evidentemente sono tutti vegetariani... che comunque non disdegnano e piacevolmente, solo a fini di «cultura culinaria», degustano la carne di cinghiale e capriolo che viene profusa ad abundantiam nei ristoranti e nelle trattorie della nostra provincia e, forse, anche in quelle limitrofe.
Probabilmente, non è tutta colpa dei cacciatori, ma anche di coloro che devono soddisfare le richieste... degli avventori. Ma al di là di quelle che possono essere le «esigenze» di una doverosa cena con frutti e selvaggina di stagione, esistono forse e dovrebbero essere coscientemente prese nella dovuta considerazione le vere problematiche sottese a una proficua e doverosa organizzazione dell'attività venatoria nel rispetto delle zone vocazionali, sia per l'abbattimento che per la riproduzione e per la caccia di selezione.
Cari lettori, ambientalisti o cacciatori che voi siate, ricordate che il mondo venatorio non è sicuramente tutelato attraverso la scoperta «casuale» dell'abbattimento presunto illegale di qualche capo di selvaggina, rispetto a quelli che notoriamente vengono realmente sottratti o sottaciuti al patrimonio faunistico.
avv. Fabrizio PorriVoghera