Sirchia: «Ha vinto la libera scelta di Maria»
MILANO.Sapeva di andare incontro alla morte, sapeva che era questione di giorni, ma nulla e nessuno è riuscito a dissuaderla: fino all'ultimo ha ripetuto il suo «no» all'amputazione del piede devestato dalla cancrena, alle uniche cure che potevano salvarle la vita. Voleva solo essere lasciata in pace, morire in pace nel paese dove era nata 62 anni fa. Maria, era questo il nome inventato per non violare la sua riservatezza, si è spenta l'11 febbraio assistita dai suoi parenti a Porto Empedocle in Sicilia. Era stata ricoverata il 25 gennaio all'ospedale San Paolo di Milano dove da anni viveva con il marito. Aveva la broncopolmonite e il piede destro ormai in cancrena a causa di diabete e colesterolo malcurati. Per i medici c'era una sola strada per salvarla da quella «cangrena gassosa» che si sarebbe presto trasformata in una letale setticemia: l'amputazione. Ma lei aveva detto «no» e il 29 gennaio, consapevole di rischiare la vita, aveva lasciato la struttura sanitaria. Da quel giorno era diventata un caso nazionale, emblematico. Insieme ai medici, anche politici e religiosi si erano mobilitati con appelli per convincerla a tornare sui suoi passi. I medici hanno anche tentato la strada del trattamento sanitario obbligatorio, applicabile nei casi in cui il paziente non sia in grado di ragionare. Ma per lo psichiatra incaricato della perizia Maria era sana di mente. Il ministro della salute, Girolamo Sirchia, che aveva cercato invano di mettersi in contatto con lei, ieri ha commentato: «La libera scelta è stata giustamente rispettata come diritto inalienabile dei cittadini. Mi dispiace che questa previsione si sia verificata ma quanto è accaduto non può spostare il diritto della libera scelta dei cittadini di farsi curare o no». Per Salvatore Amato, vicepresidente della Federazione nazionale Ordini dei Medici, quanto accaduto «è una giornata nera per la medicina. Una medicina incapace di convincere una persone a vivere».
Il sindaco Albertini, appresa la notizia, si è detto addolorato: «Di questa vicenda se ne è parlato anche troppo in vita. Ora preferisco esprimere il mio cordoglio con il silenzio». Da parte sua il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha detto che «il rispetto della volontà di una persona, perfettamente in grado di capire, è doveroso e sacrosanto anche quando questa persona fa del male a se stessa».
Addolorato da quella che ha definto una «morte annunciata» anche Danilo Gariboldi, direttore sanitario dell'ospedale San Paolo di Milano: «Per noi medici non poter intervenire su un paziente che rifiuta le cure è quasi una sconfitta, una frustrazione».