Il trucco c'è: benefici ora, danni tra 4 anni
Troppe le pensioni pagate, tante quante le buste paga di chi lavora, fino all'assurdo dell'assegno di invalidità riscosso per decenni da un boss latitante. Troppo magre le pensioni incassate, la stragrande maggioranza ben sotto i mille euro. Categorie che pagano contributi troppo bassi e un paio di generazioni che sono andate o stanno andando in pensione troppo presto. Troppe crisi aziendali risolte con i prepensionamenti, troppi cinquantenni pensionati che intasano e distorcono il mercato del lavoro.
E ancora. Troppi ultrassantenni nell'immediato futuro della popolazione italiana a fronte dei troppo pochi giovani al lavoro che dovrebbero finanziare le loro pensioni. Troppi trentenni oggi con contributi scarsi e saltuari che una pensione l'avranno solo di fame. Troppa la quota di spesa pubblica destinata alla previdenza, troppo poco va al resto dello Stato sociale. Il sistema previdenziale italiano è un costoso sandwich di ingiustizie incollate tra loro, irrorate dalla salsa dolciastra della complicità. Molti dicono che tra un decennio o poco più farà bancarotta, altri negano: i primi forse accentuano il pessimismo, i secondi forse si illudono, di sicuro illudono. Compatibile o no con la finanza pubblica, di certo il sistema è ingiusto, irrazionale, iniquo. Andrebbe cambiato, il governo annuncia che lo cambia. E, come prima misura, lo lascia invariato per i prossimi quattro anni.
Dunque, fino al 2008 permangono le storture esistenti e da quell'anno se ne aggiunge una nuova e gigantesca: l'Italia viene divisa tra chi ha avuto la sfortuna di nascere o cominciare a lavorare nell'anno sbagliato e chi se la cava per meriti di calendario. Se riforma doveva essere, non si capisce perché non da subito, per tutti, quindi più equa e probabilmente più «dolce». O meglio, si capisce: il rimandare la «botta» al 2008 ha due perché. Il primo lo denunciano tutti quelli dell'opposizione: una data cosi lontana evita al governo punizioni elettorali nel 2004, 2005 e 2006. Il secondo e ben più grande perché non lo vede e non lo denuncia quasi nessuno, forse per miopia, forse per carità di patria. Riformare in teoria oggi non cambiando nulla fino al 2008 è per Berlusconi e Tremonti una maxi-trovata di finanza creativa. Si va oggi alla cassa europea esibendo il teorico risparmio dello 0,7 per cento annuo del Pil e si chiede che questa cambiale venga scontata, l'importo defalcato da deficit e debito italiani. Per 4 anni si incassa senza pagare, poi si vedrà. Ma gli europei si stanno stufando di questo paese che pratica sconti pluriennali sul gettito fiscale (condoni), ipoteca i beni pubblici (cartolarizzazioni), riassesta il bilancio con il pennarello.
Francia, Germania e Gran Bretagna stanno pensando a un super commissario europeo per l'economia, Berlusconi si allarma, si indigna e si oppone. Devono avergli riferito la battuta che circola a Bruxelles: «Governo modello Parmalat». Gli europei la raccontano, per ora, come una barzelletta, ma non ci ridono sopra. Si preoccupano, non vogliono trovarsi in mano un bond chiamato Italia.