Missione in Iraq, si del Senato

ROMA. Si del Senato al decreto per il rifinanziamento della missione italiana in Iraq che divide il centrosinistra e crea una vistosa crepa nella neonata Lista Prodi. Con 153 voti favorevoli (Cdl) e 42 contrari (16 dei quali del Correntone Ds, 4 della Margherita) l'aula di palazzo Madama ha approvato il provvedimento del governo che consente il prolungamento di tutte le missioni italiane all'estero. «Ora - ha detto Carlo Azeglio Ciampi - ci aspettiamo che ci sia un impegno pieno da parte delle Nazioni Unite». Al Senato, l'unico momento di convergenza politica nel fronte dell'opposizione si è avuto sul voto dell'emendamento presentato dalla Lista Prodi che prevedeva lo stralcio della missione irachena dalle altre.
L'emendamento, bocciato con 141 voti a favore e 114 contrari, ha dato il via libera alla protesta del centrosinistra che ha manifestato la propria contrarietà in modi diversi. Ds, Margherita e Sdi non hanno partecipato al voto mentre l'Udeur si è astenuta. Correntone Ds, sinistra Ds, Verdi, Pdci e Rifondazione Comunista hanno invece votato contro. Pollice verso anche da Achille Occhetto e Francesco Cossiga.
Alla divisione nel voto si è arrivati dopo che Piero Fassino ha tentato inutilmente di convincere i senatori della minoranza diessina: «Bisogna porsi il problema delle conseguenze che un ritiro delle truppe avrebbe». Ma il ragionamento non ha convinto e la maggioranza della Quercia ha dovuto rinunciare allo speaker unico: nelle dichiarazioni di voto hanno infatti parlato sia Gavino Angius che Cesare Salvi. «Non partecipiamo al voto sul decreto perché il governo» ha detto in aula il capogruppo dei senatori DS «con un imbroglio ci ha impedito di discutere seriamente della questione irachena e della missione militare italiana». «Noi» ha invece specificato Salvi «votiamo contro il decreto per dare voce e rappresentanza parlamentare al popolo della pace». No secco anche da Achille Occhetto, che ha definito «ipocrita» il non voto.
Sulla questione è intervenuto anche Giulio Andreotti, che ha definito «impossibile» il ritiro delle truppe e, ricordando il bombadamento dell'abbazia di Montecassino, si è augurato che «non ci vogliano 60 anni anche per capire se le armi di Saddam c'erano oppure no». Per la maggioranza, che ha accolto (senza votarlo) l'ordine del giorno presentato dalla Lista Prodi che riconosce all'Onu un ruolo «centrale» nella transizione, si tratta comunque di un risultato più che accettabile. «Mi dispiace che non ci sia stato un consenso più ampio ma, date le circostanze» spiega il ministro della Difesa Antonio Martino «debbo dire che è andata bene».
I problemi, però, non sono affatto risolti. Per diventare legge, il decreto deve esser approvato anche a Montecitorio e molti deputati dell'opposizione fanno sapere che voteranno contro. La novità è che il dissenso sul non voto non è circoscrivibile al Correntone. Il malessere si esprime nelle file della maggioranza dei Ds e riguarda anche alcuni deputati dalemiani. Forte è la pressione della base che in questi giorni sta mandando migliaia di e-mail di protesta ai parlamentari della Lista Prodi. Il popolo dei pacifisti costringerà i Ds a cambiare atteggiamento? Angius getta acqua sul fuoco: «Malumore? Qui al Senato è tutto tranquillo. Ed è normale che con il bicameralismo perfetto alla Camera e al Senato ci si comporti in modo differente».