«Come ho evitato le foibe»
MORTARA. Il caso delle foibe, la richiesta di istituire un 'Giorno della memoria e della testimonianza" anche per questo eccidio, di qualche anno successivo ai campi di concentramento nazisti, ha riscosso un notevole interesse anche a Mortara. Il circolo mortarese di An domenica scorsa, davanti Palazzo Cambieri ha organizzato una raccolta di firme per istituire la giornata della memoria.
Uno dei profughi è Renato Rocco, ex assessore ai lavori pubblici nella prima amministrazione Robecchi. «Poiché ero stato volontario di guerra, mi fu consigliato di scappare subito, e lo feci alla fine del 1946. Me ne andai prima a Monfalcone, dove avevo dei parenti - racconta Rocco - e poi giunsi a Pavia, dove degli amici mi avevano trovato un posto di lavoro. Abitavo in una camera ammobiliata dove poco dopo mi raggiunsero anche mia madre e mio fratello con la sua famiglia: eravamo in cinque, tutti stretti in questa piccola stanza, ma avevamo dovuto scappare tutti, lasciando là ogni nostro avere: case, terre, attività. Un amico, nelle mie stesse condizioni, decise di rimanere e fini in una foiba». Un distacco forzato e doloroso, che si fa ancora sentire nonostante siano passati quasi sessant'anni: «Il mio paese è Orsera, un posto bellissimo, di cui ricordo ogni casa, ogni pietra. Una meta turistica, quella che oggi nei depliant turistici viene chiamata Croazia. Ma io parlo ancora il dialetto come se fossi venuto via ieri, e i legami con i miei compaesani sono ancora molto forti, tanto che ogni tre mesi esce un giornalino in cui sono riportate le notizie sui profughi sparsi in tutta l'Italia. Negli anni successivi siamo anche tornati a visitarlo - prosegue l'ex assessore - ma non posso comunque dimenticare alcuni episodi che non mi permettono di perdonare, anche a distanza di sessant'anni: ricordo che mia madre, anziana, viaggiò su una tradotta dall'Istria fino a Laterina, un campo di concentramento nei pressi di Arezzo. Quando il treno arrivò a Bologna, ci furono manifestazioni per far si che il convoglio non entrasse in stazione. Sono fatti che non si possono scordare. Il comunismo yugoslavo per noi significava l'assoluta mancanza di libertà, l'impossibilità di parlare, di esprimere il proprio pensiero. Chi non lo ha vissuto non può sapere il clima che si respirava». (s.m.)