«Racconto il mio amico Brera»


PAVIA. Sul palco del Fraschini Cochi Ponzoni c'è già stato e ci tornerà con entusiasmo sabato (ore 21): «E' uno dei teatri più belli d'Italia». Anche Pavia la conosce bene: «Vengo spesso a trovare degli amici a Bereguardo. Anni fa ho anche girato un film a Stradella: 'Bruciati da cocente passione"».
E un gran pavese sarà il protagonista del suo spettacolo «Giöànn Brera»: «I luoghi dove ha vissuto Brera quelli li ho visti bene e da tempo».
Come è nato questo spettacolo e soprattutto come è arrivato a lei?
«Tutto parte dall'autrice, Sabina Negri. Lei da bambina vedeva Brera al ristorante di Maleo (lo stesso dove cenò la sera dell'incidente mortale, ndr) e da sempre questo personaggio l'ha incuriosita. Crescendo ha continuato a leggerlo e alla fine è venuta da sè l'idea di uno spettacolo che mettesse insieme la vita privata di Brera, il mondo dello sport e i tanti suoi scritti. In fase iniziale di stesura, me l'ha proposto sapendo che ero stato amico di Brera».
Fu il giornalista Beppe Viola, amico suo e di Enzo Jannacci, a farle conoscere Brera.
«Si, Brera considerava Beppe Viola il suo successore: la vita non ha voluto cosi. Nello spettacolo sono stati inseriti anche alcuni suoi versi. Quando ho conosciuto Brera ero ragazzino, un saltimbanco in erba. Lui era del '19, io del '41: poteva essere mio papà. Il tramite che io avevo era, appunto, Beppe Viola. Io andavo a cena con loro due e li stavo ad ascoltare ore e ore».
Doveva essere più che interessante...
«Come no. Io poi ero affasciaato sia dal personaggio Brera, sia dai suoi scritti. Ed è per questo che adesso sono finito in questa insolita impresa teatrale che lo racconta in modo particolare con i suoi lavori e il suo linguaggio. Dentro c'è la sua storia, dai rapporti con la madre, la sorella, a piccoli pezzi di vita come quando dovette lasciare i Boys del Milan perchè il padre non voleva. Ma, attraverso al vita di Brera, si racconta anche un bel pezzo di storia d'Italia».
E poi ci sono le canzoni...
«Sono tutti brani dei miei amici: Lauzi, Jannacci, Fo e in finale un accenno a «La vita l'è bèla», mia e di Renato. Canzoni che non sono spiccatamente d'epoca, ma che evocano le atmosfere che Brera ricorda».
Porta in giro questo spettacolo da novembre, come si trova ad indossare anche solo per poche ore i panni del Giöànn?
«In teatro entro e esco dalla sua immagine. Tiro fuori delle parole che sono sue, come le tiro fuori da Coppi. Sono narratore, divento voce di un campione dello sport, pensiero di Brera. Per me è sempre emozionante. E' come se lo vedessi, come se lo avessi li davanti agli occhi".
E con quale faccia Brera la guarda?
«Allegra, ridanciana. Con quel ghigno tutto suo: un po' luciferino e allo stesso rempo carico di vita».
Si riesce a condensare un personaggio cosi ricco di sfaccettature come Brera in uno spettacolo teatrale o inevitabilmente si lascia fuori qualcosa?
«Probabilmente chi lo conosceva benissimo, rimarrà un po' deluso. Ovviamente ci voleva più roba. C'è poco sulla gastronomia (a parte qualche accenno iniziale e il racconto del ragò fatto dalla Clementina per la quale si poteva anche morire). Ci sono le sue cronache su Coppi, Bartali, Rivera, i campionati del mondo dell'82, spezzoni di vita privata, le sue speranze, i suoi sogni (spesso delusi), i rapporti conflittuali con i giornali. Ma abbiamo dovuto scegliere fior da fiore, per concentrare in un'ora e mezza la sua storia, le sue opere e tutti i risvolti della sua cultura».
Ci sarebbe spazio, quindi, per un «Giöànn Brera 2»?
«Ce ne sarebbe senz'altro».

Linda Lucini