Pensioni, il governo prepara la marcia indietro

ROMA. Niente decontribuzione per i nuovi assunti, si al silenzio-assenso per il trasferimento della liquidazione (Tfr) nei fondi pensione. I capigruppo di maggioranza vanno al ministero del Welfare e trovano un accordo su alcuni punti controversi della riforma delle pensioni, ma i tempi si allungano e l'approvazione della riforma slitta ancora. Resta fuori, per ora, la questione più controversa, lo «scalone», ovvero il salto di cinque anni di contributi (da 35 a 40) alla mezzanotte del 31 dicembre 2007. Sul salto ci sarà una nuova riunione di maggioranza domani. «Non ci sarà nessun rinvio - dice sicuro il ministro Roberto Maroni, ieri assente perché all'estero - credo che entro oggi il governo definirà la sua eventuale proposta.
«La commissione Lavoro - ha detto Maroni - ha concluso l'illustrazione degli articoli, ora deve votare. Entro domani si chiude ed entro la fine della settimana la proposta definitiva del governo verrà illustrata ai sindacati, al più tardi si andrà a lunedi prossimo».
«Il problema - dice Tomaso Zanoletti, presidente della commissione Lavoro del Senato - verrà affrontato domani nel nuovo vertice al ministero. La maggioranza è tutta impegnata a trovare una soluzione in tempi brevi, non ci sono tentazioni di rinvio a dopo le elezioni».
Ecco, le elezioni di giugno. Il rinvio ci sarà comunque, per lo meno a marzo, è un fatto tecnico. Quando il governo presenterà l'emendamento (per ora solo annunciato) su decontribuzione e silenzio-assenso si riarpriranno i termini per i sub-emendamenti, stessa cosa accadrà se il governo, come sembra orientato, dovesse presentare l'emendamento sullo «scalone» direttamente in aula.
Decontribuzione.L'ipotesi contenuta nella delega era un taglio del 5% nei contributi previdenziali (dal 32,7 al 27,7%) per i nuovi assunti. Una sorta di compensazione per le aziende che avrebbero dovuto rinunciare al Tfr. Ma i sindacati si erano sempre opposti temendo un danno al sistema previdenziale. Sullo stralcio protesta Confindustria: «Si annulla una misura fondamentale per il sostegno all'occupazione, non si affronta il problema dell'elevato costo del lavoro, e si frena, indirettamente, lo sviluppo della previdenza complementare».
Rispunta l'articolo 18.Ma la decontribuzione potrebbe essere ripresentata con il disegno di legge 848 bis, ovvero quello che contiene la seconda parte della delega sul mercato del lavoro, articolo 18 compreso. Lo dice il sottosegretario al Lavoro Pasquale Viespoli.
Liquidazione nei fondi.Per il trasferimento del Trattamento fine rapporto nei fondi pensione si applicherà la norma del silenzio-assenso. Il lavoratore che non vuole che la sua liquidazione vada nella previdenza complementare, insomma, dovrà dirlo esplicitamente. Ma allo studio, per far decollare il secondo pilastro «punto centrale della riforma» (parole di Viespoli), c'è anche una riduzione della pressione fiscale.
Doppio binario.La questione del salto da 35 a 40 anni di contributi dal 2008 potrebbe essere risolta agendo sulle quote e riconoscendo il cosiddetto «doppio binario», anzianità e contributi. Oggi la somma di età contributiva ed età anagrafica deve dare, per andare in pensione, 92, 57 anni di età, 35 di contributi. Si potrebbe fissare la quota a 96, potendo agire cosi sui due parametri. In più, dato che l'obiettivo è un risparmio dello 0,7% del Pil, chiudendo due delle quattro finestre previste dalla Riforma Dini, si potrebbero ridurre i costi di uno 0,25%.
«Non basta».«Lo stralcio della decontribuzione - dice Morena Piccinini, segretario confederale Cgil - non basta. Non bastano risposte parziali su singoli punti». «Sembra che il governo abbia accettato l'idea del silenzio-assenso e che la decontribuzione venga accantonata, se cancellerà anche i 40 anni di contributi per noi andrà benissimo», dice Luigi Angeletti, segretario della Uil. «Bene sulla decontribuzione - commenta Savino Pezzotta, leader della Cisl - ma il problema è vedere cosa ci presenteranno, vedere il quadro generale».