«Temeva di essere ammazzato»
OTTOBIANO. «Ultimamente sembrava che se lo sentisse. Diceva: 'se dovesse succedermi qualcosa seppellitemi nella terra, non nei loculi". E poi ci raccomandava di vestirlo con certi abiti prima del funerale». Salvatore La Perna, 18 anni, jeans, felpa e piercing, parla cosi dell'uccisione di suo padre Antonio. Parla alla Corte d'Assise di Pavia, dopo quasi sette ore d'udienza, dopo che sua sorella Rosa, che avrebbe dovuto portare un colpo di scena, si è ranicchiata dietro infiniti «non ricordo».
Antonio La Perna venne ucciso, a 42 anni, nella notte tra il 6 e il 7 aprile 2000. Il suo cadavere fu trovato in un fosso, vicino al cimitero di Ottobiano, con due fori di proiettile e poco meno di una trentina di ferite provocate da un pugnale. Per quel delitto sono in carcere Fortunato Pellicanò, 41 anni, di Mortara e Giuseppe Giannone, 31 anni, di Gambolò, accusati di essere rispettivamente mandante ed esecutore dell'omicidio. Ieri mattina, davanti alla Corte presieduta da Maria Grazia Bernini, si è svolta la seconda udienza del processo di primo grado. Una giornata che, sino all'ultimo teste, aveva fatto segnare più punti alla difesa che all'accusa. Il pubblico ministero, Piero Basilone, contava sulla deposizione di Rosa La Perna, la figlia diciottenne della vittima. La ragazza aveva confidato ai carabinieri che suo padre era implicato in un traffico di cocaina e che aveva contatti con un pregiudicato di Bareggio affiliato alla 'ndrangheta, ma non aveva voluto mettere a verbale le sue dichiarazioni per non infangare la memoria del genitore. Ieri mattina, dunque, avrebbe dovuto confermare le sue parole perchè quella «confidenza» assumesse valore di prova. Invece la ragazza ha alternato i «non so» ai «non ricordo». E questo nonostante la dottoressa Bernini abbia dimostrato, nel rivolgerle le domande, una pazienza infinita. Per i difensori (gli avvocati Michele D'Agostino per Pellicanò, Stefania Chiessi e Massimo Lovati per Giannone) il bilancio della giornata avrebbe potuto essere decisamente positivo.
Ma intorno alle 16 è il turno di Salvatore La Perna, il gemello di Rosa. La sua deposizione è precisa e fluida. «Come vi manteneva vostro padre?», esordisce il Pm. «Girava con degli stupefacenti», è la risposta. «E dove comprava la droga?». «Qualche volta ci portava in auto, me e mia sorella, e poi lui entrava in un bar. Mi pare fosse a Cisliano». «Ma che droga era?». «Cocaina. Lui faceva di tutto per nascondercela, ma è capitato di vederlo mentre la maneggiava. Aveva una forma sferica, e quando lui la usava non era più lo stesso, era molto più agitato». L'interesse, messo a dura prova dall'esame di Rosa La Perna, torna ad accendersi. Salvatore aggiunge altri dettagli. Dice che suo padre doveva ricevere dei soldi da Pellicanò e che con lo stesso aveva avuto un litigio poco prima del delitto. E rafforza, con ciò, l'ipotesi dell'accusa. Che, cioè, Pellicanò abbia fatto uccidere La Perna per non saldare un conto relativo a un certo quantitativo di droga. Per l'accusa è un punto importante. Del resto l'udienza si era aperta proprio con l'esame del maresciallo Antonio Trancuccio, ossia del sottufficiale che condusse le indagini su delega del Pm. Il militare aveva ricostruito la pista che condusse a Pellicanò e Giannone. I tabulati di due telefonate che Antonio La Perna fece dal bar «Nippo» di Ottobiano, la sera prima di essere ucciso, e che erano dirette proprio all'utenza di Pellicanò. E ancora, una telefonata delle 23.49 tra il cellulare di Pellicanò e quello di Giannone dal quale risulta che entrambi gli apparecchi si agganciarono alla «cella» di Mortara. La perquisizione a casa di Pellicanò, con il rinvenimento di indumenti che furono riconosciuti come appartenenti a Giannone. Dal canto loro anche i difensori avevano sollevato alcuni dubbi. Primo fra tutti un elenco di telefonate in entrata e in uscita dal telefonino di Pellicanò, tra le 00.56 e le 4.02 del 7 aprile, rivelatrici di un dialogo con una non meglio precisata Nadia Errat. E poi gli interrogativi sul luogo dell'omicidio: secondo i carabinieri sarebbe avvenuto nello stesso punto in cui fu trovato il cadavere, ma l'avvocato D'Agostino ha sottolineato che al morto mancava una scarpa, adombrando con ciò il sospetto che il delitto sia stato consumato altrove. Ora sarà importante sentire i periti su alcune particelle rinvenute nell'abitacolo della «Croma» di Pellicanò. Ma ancor più importante sarà la prossima udienza, fissata per il 1º marzo. Parlerà la vedova di La Perna che, pur essendosi separata dal marito prima dell'omicidio, conosceva molto bene le abitudini dell'uomo. Per accusa e difesa sarà un altro giorno di lotta.