"Fame" arriva a Pavia col suo carico di forza positiva

PAVIA.In 'Quarantaduesima strada" (1933) di Lloyd Bacon e Busby Berkeley, uno dei più bei musical che siano mai stati realizzati, si racconta, tra l'altro, di come una ballerinetta di fila riesca a diventare star da un giorno all'altro, sostituendo la primadonna che si è rotta una gamba. Quello della gloria che si affaccia all'improvviso è uno degli stereotipi narrativi più frequentati nel musical hollywoodiano. 'Fame" (1980) di Alan Parker (in scena da stasera al Fraschini), affronta, invece, il tema - drammatico nella sostanza, che diventa però un 'enterteinment" di classe nello sviluppo - del successo nel mondo dello spettacolo, rovesciando il tradizionale ottimismo di radice roosveltiana e mostrando che artisti qualche volta si nasce, ma sempre lo si diventa. Con fatica, lacrime, sudore, sangue. E' difficile, insomma, emergere sul palcoscenico come nella vita. 'Saranno famosi" fu un film che fece epoca. Tanto da essere subito seguito da una serie televisiva, trasformato a Broadway in una versione teatrale 'cult" ed ora riletto in una edizione 'made in Italy", che mira a conservare il fascino e la forza dell'originale. Quali sono gli elementi che 'Fame" mescola sul palcoscenico, in tv e sul grande schermo? Vi si trovavano osservazioni ideologiche e sociali, l'immagine del successo come espressione di una volontà di auto-affermazione, con un ricorso quasi inevitabile ai characters, e un mixage sofisticato di battute di dialogo inserite in una nicchia della colonna musicale, incalzante e ritmata, e delle trascinanti coreografie.
Il copione ideato da David de Silva racconta la cronaca di un corso presso la High School of the Performing Arts di Manhattan, accademia newyorkese per aspiranti attori, ballerini, cantanti e musicisti, e mostra le personalità degli allievi che polarizzano attorno a sé l'attenzione dei compagni e degli insegnanti. Ci sono Tyron, un nero che mastica con fatica versi di Shakespeare e di Cechov, ha un rapporto conflittuale con l'insegnante di letteratura e preferisce il rap e la break-dance alla danza classica; Serena interpreta Giulietta e spera che il ruolo di Romeo venga affidato al suo grande amore Nick, apparentemente interessato solo dalla tecnica Stanislavsky; Iris dedica la sua tenacia a Martha Graham, si fa accompagnare in limousine e tra un passo e l'altro confessa di essere la figlia dell'autista; Carmen, che è a caccia del successo veloce, s'impillola per rimanere in forma, dice di no a Joe, il violinista che ha un debole per lei, e lascia la scuola seguendo le promesse di un impresario che tra droga e sesso la distrugge. Poi, ci sono Grace, che vive con le bacchette delle percussioni in mano e con un'aria maschia rocchettara; Mabel studentessa grassottella che intona gospel, spilucca merendine e non riesce a perdere peso; il piccolo ebreo Schlomo, che pensa solo alla musica. Ad ognuno di loro il talento non manca. Ed avranno modo di provarlo nel finale in tocco rosso per il ritiro dei diplomi, che, a differenza di quanto accade nel musical classico, non promette a tutti sicura gloria e successo. Il musical degli anni Ottanta è più amaro e realistico di quello degli anni Trenta, che regalava carriere a deliziose fanciulle prive di talento. (f. cor.)