Quando il governo è latitante si arriva a questi paradossi


Dopo Terni, Genova. E, in prospettiva, Taranto. I maggiori centri siderurgici nazionali aprono situazioni di crisi, con aspetti occupazionali drammatici ma anche con preoccupanti contenuti industriali.
E con significati rilevanti per lo sviluppo dell'economia globale e delle strategie che lo governano.
La siderurgia italiana è uno dei pochissimi settori produttivi italiani che ha retto bene alla stagnazione mondiale. La crescita di settore del 2003 si attesta attorno all'1,7%, mentre Germania e Francia sono andate indietro (rispettivamente dello 0,4 e del 2,2). I prezzi del prodotto aumentano. Gli Stati Uniti hanno dovuto piegarsi all'Ue ritirando il blocco alle importazioni che avevano adottato. I mercati extra Ue sono in forte espansione.
In questo scenario, complessivamente positivo, il colosso multinazionale Thyssen Krupp enuncia una strategia aziendale di riduzione dei costi abbandonando l'Italia per spostare la produzione in altra località. E il gruppo Riva si dichiara impossibilitato a proseguire in alcune produzioni per il venire meno dell'approvvigionamento del coke cinese necessario per far funzionare l'altoforno, preannunciando che il taglio genovese si ripercuoterà sugli impianti di Taranto che da quelli di Genova sono a loro volta approvvigionati.
In ambedue le circostanze, tuttavia, dietro alle motivazioni dirette della crisi è possibile individuare circostanze che rendono le analisi (e quindi le possibili soluzioni) un po' più complicate.
Nel caso di Terni le diseconomie rispetto ad altre localizzazioni europee lamentate dall'azienda sono tutt'altro che convincenti, mentre sono evidenti quelle che derivano dai vincoli ambientali a cui le produzioni di altri Paesi (Usa e Cina innanzi tutto) non sono sottoposte. Di conseguenza, permanendo quei vincoli, la riduzione dei costi per Thyssen Krupp sarebbe perseguibile solo spostando la produzione di Terni fuori dall'Europa, per esempio proprio in Cina. Nel caso di Genova, la brusca riduzione di approvvigionamenti del coke cinese (dovuta alla volontà di utilizzare il coke in casa propria, data la fortissima crescita dei consumi di acciaio) è un problema reale che però il gruppo Riva dichiara di poter superare se venisse ritirato il blocco all'autoproduzione di coke imposto per motivi di tutela ambientale dalle autorità italiane.
In ambedue i casi, dunque, si tratta di vicende in cui - pur nella loro diversità - spicca un versante che riguarda la politica ambientale sul quale il governo in carica ha lanciato messaggi molto ambigui sia contestando gli accordi di Kyoto sia varando un condono edilizio considerato da molti una seria minaccia per il territorio. La totale assenza di una politica del governo per la siderurgia e in particolare l'incertezza nella quale il settore è stato lasciato rispetto ai parametri di tutela ambientale e alle tecnologie necessarie per rispettarli, può essere considerata dalle imprese come un incoraggiamento a tentare qualche forzatura.
I fronti aperti nella siderurgia italiana, perciò, ora mettono a repentaglio occupazione e prospettive industriali (l'acciaio è materia prima indispensabile per un'infinità di settori, dall'automobile, all'edilizia, agli elettrodomestici), ma investono, su un terreno ancora più ampio, il funzionamento del mercato globale e del commercio mondiale, le dinamiche di crescita dei Paesi più poveri nonché i modelli di «sviluppo compatibile» accettati dall'Europa con il protocollo di Kyoto, contestati da altri Paesi, adesso messi in discussione anche dal governo italiano che, su tutti questi versanti, mostra un'esplicita insofferenza verso qualsiasi vincolo di tutela.

Giorgio Ricordy