Pallavicini condannato all'ergastolo
PAVIA. Ergastolo. Il massimo della pena per Giuliano Pallavicini. Secondo la Corte d'Assise di Pavia, il 13 marzo 2002 fu lui ad assassinare l'infermiera in pensione Anna Maria Vecchi, nella sua villetta di via Olivieri. Cinquanta coltellate, un brutale omicidio che presenta sorprendenti e inquietanti analogie con quello che lo stesso 45enne vogherese commise nel '77, quando a cadere sotto i suoi colpi implacabili fu la zia, Erminia De Ambrosi. Un precedente che, insieme all'aggravante della ferocia, ha spinto la bilancia della giustizia verso l'ergastolo. Un verdetto che asseconda la richiesta della pubblica accusa, rappresentata in aula dal pm Gabriella Marino. Pallavicini dovrà anche pagare un risarcimento di 41 mila euro ai due figli della vittima.
Quattro ore e mezza di camera di consiglio sono bastate alla Corte e ai giudici popolari per raggiungere il verdetto. Alle 17 e 39 la presidente Maria Grazia Bernini (a latere Fenucci) legge la formula di rito: «In nome del popolo italiano...». Ergastolo. Pallavicini resta impassibile. Pantaloni grigi, maglione blu, si lascia trascinare docilmente fuori dall'aula dell'Assise dagli agenti di custodia, le mani strette nei ceppi. «Mi raccomando, andate leggeri nell'articolo di domani...», sono le sue uniche parole. Di lui, dicono che è un detenuto modello. Ma quest'uomo all'apparenza mite, rotondetto, con una spiccata calvizie e l'aria dell'impiegato timido e un po' dimesso, ha già ucciso. E da ieri, almeno per il primo grado della giustizia, è un plurimicida. Dura quasi due ore la requisitoria del pm Gabriella Marino, al fianco il fidato maresciallo dei carabinieri suo stretto collaboratore nelle indagini. Il magistrato riassume con grande precisione tutti gli elementi a supporto dell'accusa: le testimonianze concordanti, fino a quella-chiave della vicina di casa di Anna Maria Vecchi che, quel pomeriggio del 13 marzo di due anni fa, aveva visto Pallavicini entrare nella casa dell'ex infermiera, e uscirne 40 minuti dopo con in mano una borsa di plastica: contenente, si presume, la borsetta della vittima e altri oggetti rubati. Oggetti che poi Pallavicini rivende. Come anche il telefonino «Motorola» della Vecchi. Il pm si riserva per ultima quella che viene ribattezzata la prova-regina: l'esame del Dna. L'aplotipo rarissimo, riscontrabile solo in altri tre individui maschi in tutta Europa (due in Spagna, uno in Norvegia), individuato nelle tracce ematiche sotto l'unghia del quarto dito della mano sinistra della vittima. Anna Maria Vecchi si era difesa a lungo prima di cedere sotto l'infuriare delle coltellate (due sicuramente mortali: al cuore e alla carotide): i segni dei suoi graffi, ha sottolineato l'accusa, erano rimasti sul volto di Pallavicini come avevano confermato le testimonianze di chi l'aveva incrociato nei giorni immediatamente successivi l'omicidio. «Incastrato» dal Dna? Niente affatto, ha ribattuto la difesa. Il test, secondo l'avvocato Maria Rosa Carisano, non è sufficientemente attendibile, poichè condotto solo su individui maschi di razza europea, mentre Voghera oggi è una sorta di porto di mare dove si incrociano molte razze; e nemmeno rarissimo, l'aplotipo, condiviso tanto per cominciare anche dai due fratelli di Pallavicini e dal padre. Nè decisive, per un verdetto di colpevolezza, erano le testimonianze della vicina di casa e dell'amica dell'imputato, che al telefono lo accusava di essere l'autore del delitto. «Cercate altrove l'assassino della povera Anna Maria Vecchi», ha esortato l'avvocato Carisano. Facendo intendere che certi indizi, come il mozzicone di sigaretta rinvenuto nel giardino della villetta, su cui c'era un Dna non compatibile con quello di Pallavicini, erano forse stati trascurati nell'inchiesta. Dubbi che non hanno, però, evitato a Pallavicini la condanna più dura.