Resa dei conti in Iran tra laici e integralisti

ROMA.A poche settimane (9 febbraio) della presentazione della liste dei candidati ammessi alle elezioni per il rinnovo del Majlis, il Parlamento iraniano, si fa sempre più drammatico lo scontro politico in Iran. E non è escluso che lo stesso governo del riformatore Khatami cada in seguito alle dimissioni dei suoi ministri, sottosegretari e governatori delle diverse province del paese.
Il presidente Mohammad Khatami, che da ieri si trova a Davos per partecipare al Forum mondiale economico, ha escluso le proprie dimmissioni, ma il suo consigliere giuridico Mohammad Ali Abtahi sostiene che già un numero consistente dei ministri del gabinetto riformista ha presentato le dimmissioni e che sono «determinati» a procedere in questo senso, se nel frattempo non saranno riammessi alle elezioni oltre la metà dei candidati bocciati dal Consiglio dei guardiani della Costituzione, l'organo controllato dalla teocrazia più radicale.
La minaccia di dimmissioni e la smentita da parte di Khatami sono giudicate dagli osservatori come un ulteriore segnale di frattura all'interno del blocco riformista.
Le pressioni su Khatami perché si liberi dalle sue responsabilità istituzionali, tornando a guidare la diffusa protesta nel Paese, si erano accentuate all'indomani della bocciatura dei 3.600 candidati riformisti, tra cui 82 deputati in carica. Questi ultimi hanno fatto un sit-in al Majlis e lo stesso Khatami ha minacciato di dimettersi insieme ai suoi ministri, sollecitando un intervento della Guida della rivoluzione, l'Ayatollah Ali Khamenei.
Poco dopo Khamenei ha chiesto la riammissione dei deputati riformisti, ma fino ad oggi la sua richiesta non ha avuto alcun esito presso il Consiglio dei guardiani.
Rispondendo alle domande della televisione svizzera, Khatami ha detto ieri che intende continuare a svolgere il suo incarico e «rimanere al servizio del mio popolo». Khatami ha sperato che le elezioni di febbraio siano «libere e corrette», come chiedono le molte cancellerie europee e l'Onu. Ma è difficile prevedere se il suo ennesimo compromesso con l'ala più radicale del regime potrà dare dei risultati da lui auspicato e far rientrare quello che per molti sia un colpo di Stato da parte dei conservatori.
Secondo alcune fonti locali, i radicali intendono bloccare definitivamente il cammino delle riforme e in cambio sono disposti ad alcune aperture sulla politica estera, compresa quella di un'eventuale riapertura delle relazioni con Stati Uniti, pur di salvare il proprio potere. I conservatori puntano inoltre sulle debolezze del fronte riformista, sulle sue divisioni e sulla sfiducia della base elettorale dei riformisti nei confronti della politica del presidente Khatami.
Nelle ultime elezioni svolte lo scorso anno in Iran per il rinnovo delle amministrazioni di alcune province importanti, tra cui quella della capitale Teheran, alle urne si era presentato non più dell'11 per cento degli elettori, con la base riformista che ha disertato le urne in segno di protesta. La minaccia di astensione di massa pesa anche ora sulle elezioni che dovranno svolgersi tra un mese. (b.z.)