Fini chiede la verifica e attacca Tremonti

ROMA. Gianfranco Fini chiede a Berlusconi la verifica di governo. Si faccia subito, si parli di funzionamento della giustizia, di pluralismo dell'informazione radio-televisiva, delle prospettive economico-sociali (ridimensionamento di Tremonti). E delle riforme istituzionali. Fini su queste ultime indica cinque punti irrinunciabili per Alleanza Nazionale: Roma capitale, niente federalismo a due velocità, niente polizia locale, norme antiribaltone, reintroduzione del concetto di interesse nazionale. «Cosi casca il governo, hanno firmato un patto e non lo rispettano. Si va al ritiro dei ministri leghisti. Sulla Devolution decisive le prossime due settimane», risponde secco Umberto Bossi, ministro delle Riforme. «Abbaia alla luna e non ci spaventa», replica il portavoce di An, Mario Landolfi. «Anche noi potremmo dare un appoggio esterno», aggiunge Maurizio Gasparri, titolare delle Comunicazioni.
Sandro Bondi, portavoce di Forza Italia, rassicura il leader leghista: «L'iter delle riforme è già avviato in Parlamento e proseguirà senza indugi come solennemente concordato dalla Cdl». Da Matteoli, ministro dell'Ambiente, il sospetto politicamente più pesante: «Nella relazione di Fini non c'era niente di cosi duro, forse Bossi parla come ventriloquo di altri». Intende Giulio Tremonti, ministro dell'Economia.
Ma in serata Bossi torna a tuonare, parlando di Roma ladrona, di Nord depredato e minacciando la rivolta se non passa la devolution. «Il rischio - ha detto a Treviso - è che non potendo trovare democraticamente la via per fare proprie istituzioni, o si trova l'accordo sul federalismo oppure il nord resta schiavo e reagisce; è un processo storico, non so dove andiamo». Alla domanda se l'eventuale reazione avverrebbe con i mezzi della politica, Bossi ha parlato di «lotta di liberazione» ed ha risposto che «i popoli, quando sono schiavi, usano i mezzi degli schiavi e tali mezzi sono quelli che una popolazione, una forza riesce a tirar fuori».
Fini ha parlato all'Assemblea nazionale di An, convocata in tutta fretta dopo il suo viaggio a Gerusalemme e le fatidiche parole «fascismo male assoluto». Alessandra Mussolini se ne andò e il presidente del Lazio, Francesco Storace, minacciò di fare una lista per conto suo. Storace non è venuto perché insiste a chiedere un congresso, cosi Fini può dedicare 20 delle 26 pagine del suo intervento al governo, alla verifica, all'azione di disturbo di Bossi, della Lega e del ministro Tremonti.
Il garante della collegialità, dice ancora Fini, è Berlusconi. «Mi auguro che dia corso all'ipotesi di un seminario di un paio di giorni per valutare e approfondire le questioni da noi poste». Perché - dice ancora Fini - nella seconda parte della legislatura ci vuole un cambiamento, maggiore collegialità, «una vera cabina di regia», per scegliere le priorità. Nelle infrastrutture, per esempio. «Il Cipe ne ha approvate 15, ne dobbiamo indicare 5 da realizzare nel 2004».
Il nodo di tutto, però, è l'economia, dove occorre proteggere i risparmiatori. «E' necessaria una tutela parallela e congiunta tra il risparmio dei cittadini e quello determinato dalla pubblica amministrazione». Ma arriva anche il no all'Authority unica che vorrebbe Tremonti, mentre si sposa la divisione delle responsabilità fra Consob, sistema bancario e Banca d'Italia.
Per Tremonti c'è anche un attacco diretto: «Abbiamo a volte avuto il sospetto che un certo egoismo geografico e sociale (il mito del Nord produttivo grazie al popolo delle partite Iva) sia presente nel pensiero del ministro Tremonti non meno che nei comizi del leader leghista». E più avanti: «Vogliamo passare dalla finanza creativa all'economia reale». Tremonti è nel mirino, ma non se ne vogliono le dimissioni. «Ci interessa la rotta che il governo deve seguire - dice Fini - non il nocchiero che deve guidare la nave». Certo si possono limitare i poteri di Tremonti. Per esempio dando più peso al Cipe il cui presidente è Berlusconi. Magari potrebbe delegare in pianta stabile proprio Fini che però avverte che «An non è alla ricerca di prebende governative in più», ma se dalla verifica dovesse emergere l'esigenza di una squadra nuova «avanzeremo le nostre proposte».
A difesa di Tremonti scende in campo Bondi: «Dubitiamo che si possano creare nuove strutture che riducano ulteriormente la responsabilità del governo e del Parlamento». Anche perché «la gestione dei conti pubblici italiani, è opinione largamente condivisa, è stata fra le più brillanti in Europa».