Doping, Kallon paga caro

MILANO. Otto mesi di squalifica per l'interista Mohammed Kallon, tre mesi per il giocatore del Perugia Saadi Gheddafi (figlio del colonnello Gheddafi, leader libico). E' la decisione presa ieri dalla Commissione Disciplinare della Federcalcio. Entrambi i calciatori erano stati rinviati a giudizio dalla procura antidoping dopo essere stati trovati positivi ai controlli. Sia per Gheddafi jr, sia per Kallon, la commissione disciplinare si è riservata il deposito delle motivazioni che si potranno conoscere quindi solo nei prossimi giorni. Dal dispositivo emesso si può tuttavia rilevare che le sanzioni richieste erano di diversa entità tra loro.
Per Mohamed Kallon infatti la procura antidoping ipotizzava «l'intenzionalità del fatto commesso» e richiedeva «la sospensione da qualsiasi attività agonistica per un periodo di quattro anni» (il minimo previsto dal regolamento antidoping, ndr). Nell'udienza di ieri i rappresentanti della procura Antidoping avevano invece chiesto una squalifica di 16 mesi grazie alle attenuanti. Sentite le conclusioni dei difensori la Commissione ha poi deliberato di infliggere a Kallon la squalifica per otto mesi a decorrere dal 23 ottobre 2003. Per Gheddafi jr. invece l'ipotesi dell'intenzionalità non era stata sottolineata e la sanzione richiesta dalla Procura Antidoping era stata di due anni di squalifica. Ieri in udienza il Pm ha invece abbassato la richiesta ai tre mesi: la pena poi inflitta dalla disciplinare. «La sentenza conferma quanto sostenuto da Saadi Al Gheddafi, cioè che non ha mai fatto ricorso a sostanze dopanti»: è il primo commento del presidente del Perugia Luciano Gaucci alla squalifica del suo giocatore. «Gheddafi - ha detto ancora Gaucci - era in cura e tutti conoscevano i medicinali che prendeva. I tre mesi puniscono quella che è stata forse una leggerezza, seppure in buona fede, del giocatore. Gheddafi non aveva motivo di ricorrere a sostanze dopanti. Veniva infatti da un infortunio, era rimasto sempre in panchina, non aveva mai giocato e non aveva in pratica speranze di scendere in campo». Sostengono la tesi del «doping involontario» e preparano il ricorso anche gli avvocati Adriano Raffaelli, legale dell'Inter, e Pierfilippo Capello, rappresentante di Mohamed Kallon. «La Commissione Disciplinare - affermano i due legali - ha qualificato l'episodio quale fatto di doping involontario in quanto ha inflitto una pena incompatibile con un'ipotesi di doping intenzionale. Restiamo in attesa della motivazione della decisione, attesa nei prossimi giorni».