Don Rossi nell'inferno del Burundi
VIGEVANO. Erano in rapporti stretti monsignor Michael Courtney, il nunzio apostolico in Burundi ucciso in un agguato il 29 dicembre scorso, e don Gabriele Rossi, il sacerdote vigevanese, che da 28 anni è missionario nel paese africano. «Si conoscevano molto bene - racconta Lucia Rossi, la sorella del parroco vigevanese - e si erano visti in varie occasioni, sebbene l'orfanotrofio gestito da mio fratello sia a 100 chilometri dalla capitale, dove viveva il nunzio apostolico». Parlare con don Gabriele è praticamente impossibile. Il paese dove vive si chiama Ndava ed è nei pressi della vecchia capitale del Burundi.
«La zona dove vive è tranquilla. L'unico problema è che trovandosi in una conca tra le colline il telefonino non prende. E' per questo che è sempre lui ha telefonarci, quando si reca in città». L'ultima volta che la famiglia di don Gabriele ha parlato con il sacerdote è stata la mattina del 29 dicembre: lo stesso giorno dell'attentato a monsignor Courtney. «Dopo l'attentato - continua Lucia Rossi - non ci siamo più sentiti. E' chiaro che siamo in pensiero, anche se sappiamo che lui è lontano dallo scenario di guerra». In realtà il Burundi non è più quello del 1993, quando la guerriglia tra Hutu e Tutsi scoppiò in tutta la sua ferocia. Quella volta vinsero gli Hutu, lasciando però 1800 morti ed uno scenario di devastazione. «Durante quell'ultimo conflitto - continua la sorella di don Gabriele - ebbe veramente paura anche mio fratello. E' stato forse il momento peggiore e nel quale noi abbiamo temuto di più». A distanza di dieci anni anche il Paese in lotta sembra aver riaquistato un equilibrio. Anche altri italiani che vivono in Burundi, con i quali la famiglia di don Gabriele ha rapporti, confermano il periodo di tranquillità nel paese dell'Africa. La maggioranza della popolazione oggi riconosce gli accordi di pace, siglati alla fine del conflitto e il potere non è più soltanto in mano ai Tutsi. Solo un gruppo di guerriglieri continua le ostilità nelle zone vicine alla capitale. Sono stati proprio loro a tendere l'agguato lunedi scorso a monsignor Michael Courtney. L'auto sulla quale il rappresentante del Papa viaggiava assieme ad un sacerdote, all'autista e ad un'altra persona, è fatta colpita da raffiche di mitra sparate da una collina. Pur essendo stato trasportato subito in ospedale il prelato non ha più ripreso conoscenza ed è morto dopo poco tempo. E' difficile ancora adesso stabilire quali siano i motivi dell'agguato contro il sacerdote irlandese. Potrebbe trattarsi di un preciso disegno politico. Quel che è sicuro è che questo episodio non aiuta di certo il processo di pace che andava consolidandosi. «Senza dubbio - spiega Lucia Rossi - la figura di Michael Courtney era fondamentale nel processo di pace. Era il rappresentante del Vaticano in Burundi, non un semplice prelato, ma un vero e proprio ambsciatore. L'episodio diventa grave sotto due aspetti. Da un lato la morte di un Nunzio apostolico, un evento che non si verificava da diversi anni, e dall'altro l'attacco ad uno dei personaggi che in quel paese da anni stava lavorando al processo di pace». Da quasi trent'anni anche la diocesi vigevanese si sta impegando in prima linea nel dare un aiuto al Burundi, tramite l'operato di don Gabriele Rossi e della sua parrocchia. Don Gabriele continua ad essere un prete diocesano e a lavorare a stretto contatto con il vescovado vigevanese. Oltre ad una parrocchia il sacerdote lomellino si occupa di un orfanotrofio con più di cento bambini. «La prima cosa di cui sente il bisogno la popolazione locale - conclude Lucia Rossi - è senza dubbio la pace». (a. b.)