Leggi permissive, niente controlli e la nave affonda
La vicenda Parmalat ha riproposto con urgenza, dopo quella della Cirio, una serie di domande che già da qualche tempo si sono andati ponendo non solo operatori economici corretti e risparmiatori danneggiati, ma più in generale tutti coloro che prestano attenzione all'andamento dell'economia italiana.
Una di queste domande, rivolta al futuro più che alle specifiche responsabilità di simili disastri, riguarda il come evitare che questi crac si riproducano.
Per assicurare affidabilità a un settore che non di rado sembra in mano ad avventurieri senza scrupoli possono servire nuove leggi? Certo, a partire però da una prima considerazione che riguarda il clima complessivo che caratterizza la situazione e che ha riguardato anche la legislazione. Negli ultimi anni si è imposto un atteggiamento di grande favore per la massima libertà dell'imprenditore, dettato dalla convinzione che ciò possa favorire la crescita della ricchezza, mentre si sono attenuate le attenzioni per aspettative e diritti di azionisti e creditori. In questo contesto è caduta la recente modifica della normativa in tema di falso in bilancio, alla quale di certo non è ricollegabile il dissesto della Parmalat ma che contiene un oggettivo messaggio di permissivismo che non giova a correttezza e trasparenza del mercato. L'insofferenza ai controlli dell'autorità giudiziaria si è in questo caso tradotta in una falsa liberalizzazione produttrice di danni.
Al di là di questo non v'è dubbio che andrebbero rafforzati i poteri della Consob, anche in termini di controllo dell'attività delle società di revisione, che peraltro sono cosi poche da far dubitare che possono effettuare verifiche approfondite. In proposito va detto che la situazione negli altri paesi non è migliore di quella italiana: nel crac della Enron, che tanto clamore e tanti danni ha determinato negli Usa (solleciti nell'adottare norme pesanti nei confronti degli amministratori scorretti), era interessata una delle più prestigiose società internazionali di revisione, i cui controlli evidentemente erano serviti a ben poco.
Questo vuol dire che, alla fine, quelli che sono decisivi sono i controlli interni. Pare incredibile quanto si legge nelle cronache, e cioè che nei bilanci Parmalat fossero contemporaneamente indicati consistenti poste attive in depositi di denaro liquido presso lontani istituti di credito (oggi risultati inesistenti) e pesanti esposizioni bancarie in Italia. Come non accorgersi di una simile contraddizione? Va quindi maggiormente valorizzato, con norme più incisive, il ruolo da un lato dei sindaci e dei revisori dei conti, affiancando a un rafforzamento dei loro poteri e quindi della loro indipendenza un'accentuazione delle loro responsabilità tanto sotto il profilo civile che sotto quello penale, dall'altro delle minoranza degli azionisti, non solo nelle società quotate in borsa.
Certo, la strada per risanare la situazione non sarà facile, anche perché richiede a monte una forte volontà politica di cui oggi non v'è traccia.