«Ci hanno mentito, siamo furibondi»
MILANO.«Siamo furiosi. Ma anche impotenti»: alla sede milanese della Standard&Poor's, l'agenzia internazionale di rating che analizza l'affidabilità di imprese e istituzioni il clima è molto pesante. Perché la vicenda Parmalat travalica i confini tradizionali, soprattutto dopo la comunicazione di Bank of America sull'inesistenza dei fondi per 3,95 miliardi di euro. «La valutazione che viene effettuata è frutto di un rapporto di fiducia tra l'agenzia e l'azienda o l'istituzione che viene monitorata. Ci vengono forniti i dati certificati e informazioni, confidenziali e non», spiega il direttore generale Maria Pierdicchi. In pratica l'agenzia di rating non può condurre un'indagine sull'affidabilità delle dichiarazioni. E men che meno sulla veridicità di documenti ufficiali come gli estratti conto. «Tutta la documentazione viene in genere verificata e vagliata dalle società di revisione - continuano gli analisti di S&P - e anche nel caso della Bonlat risulta che Grant Thorton abbia chiesto conferma alla banca della sussistenza di tali disponibilità. Il fatto che poi l'8 dicembre sia emerso che invece quei fondi non esistevano è un fatto assolutamente eccezionale. Per questo quando abbiamo avuto notizia di quanto stava accadendo abbiamo declassato al livello minimo il rating sui bond del gruppo Parmalat. Era venuto a mancare la cosa più importante, la fiducia nelle dichiarazioni e negli atti degli amministratori». Normalmente le società di rating lavorano principalmente sui valori contabili: esaminano l'insieme del debito contratto, le caratteristiche (scadenze a breve e lungo termine, denominazione in valute più o meno rischiose ecc.) e valutano le capacità e affidabilità di rimborso prendendo a riferimento le disponibilità, la capacità di produrre liquidità, l'andamento del business delle imprese. «L'esame che viene condotto da società come le nostre è estremamente tecnico - continua Standard & Poor's - è ovvio che se una società ha una consistente posizione debitoria e attraversa un eventuale crisi nel suo core business, come è accaduto alla Fiat, rivediamo il giudizio almeno in attesa di capire gli effetti delle cure di risanamento».