Buoni pasto, la polemica continua «La protesta è del tutto legittima»
PAVIA. La protesta dei commercianti contro gli aumenti delle commissioni imposte dal gestore dei buoni pasto del Comune (la società Buon Chef Club) è legittima: applicare un aumento del 5 per cento sul prezzo del ticket (ossia, circa mezzo euro trattenuto dall'esercente sui circa 6,5 euro del valore del buono pasto) non viola alcuna legge. Lo sostiene l'Associazione commercianti (Ascom) replicando all'assessore al Personale, Ettore Filippi, che aveva annunciato controlli dei vigili proprio in merito al famoso e contestato 5 per cento.
«Nessun comportamento illegittimo o non conforme alla legge è stato messo in atto dai nostri associati - si legge in un comunicato stampa diffuso ieri dall'Ascom di Pavia -. Teniamo a precisarlo, anche al fine di tranquillizzarli e affinché non si creino equivoci: purché gli esercenti espongano l'avviso della maggiorazione del 5 per cento per chi utilizza i buoni mensa della Buon Chef Club. La forma di protesta praticata è, perciò, assolutamente lecita e legittima, oltre ad essere la meno dannosa nei confronti degli utenti. In quanto all'intervento dei vigili urbani, non costituisce certo motivo di timore per i nostri associati che sono avvezzi a controlli quotidiani da parte degli stessi. Ci auguriamo, invece, che la stessa cura nella predisposizione del servizio di vigilanza e controllo venga esercitata anche nei confronti di tutte le altre forme di commercio illegale (e, in questo caso, è incontrovertibile che si tratti di attività illecita) in cui ogni giorno ci si può imbattere nella nostra città».
Insomma, la polemica continua. Va detto che, in questa vicenda, tutti hanno delle buoni ragioni da spendere. I commercianti si trovano con un aumento dal 5 al 9 per cento delle commissioni sui buoni mensa; la società Buon Chef Club deve recuperare il ribasso d'asta e, sostiene, aggiornare le commissioni ferme da anni; il Comune difende il valore del benefit concesso ai dipendenti e appena ricontrattato; i quattrocento dipendenti del Mezzabarba che fanno la pausa pranzo, infine, si chiedono perché la questione debba ricadere su di loro. I quali, va detto, in questa vicenda sono, come dire, del tutto estranei: hanno un buono mensa che vale formalmente 6,71 euro, e che concretamente serve per mangiare un pasto di 6,20 euro. In questa fase, i dipendenti sono anche gli unici a rimetterci sul serio: perché la Buon Chef Club incassa la commissione maggiorata (su convenzione firmata dai singoli esercenti), mentre gli esercenti si rifanno sul buono pasto trattenendo la maggiorazione (insomma, non è una protesta, è una trattenuta). Qualcuno, alla fine, riuscirà a risolvere il paradossale problema? (f. ma.)