L'EUROPA DELL'OGNUNO PER SÈ QUELLA CHE CI STA ANTIPATICA
Due anni fa sarebbe stato inconcepibile, sei mesi fa improbabile, oggi succede di sicuro che, comunque vada a Bruxelles, l'unione degli Stati europei si ferma, rallenta o addirittura torna indietro. Non avviene per fortuito caso o per avverso destino, il futuro si è fatto stretto perché l'Europa è diventata, è stata lasciata diventare antipatica. Ci hanno pensato i governi a corrodere e poi rovesciare sentimenti e umori. Quelli dei paesi ex sovietici che hanno spiegato con chiarezza che stanno si nell'Europa ma soprattutto con gli Usa e comunque con se stessi. Quelli di Spagna e Polonia cui l'Europa va bene se possono comandare, altrimenti no. Quello inglese che sempre e comunque preferisce un'Europa minore. Quello francese e tedesco che hanno imposto che le regole comunitarie valgono ma non per loro. Quello italiano che ha avallato l'eccezione a favore di Parigi e Berlino pensando a quando sarà Roma a sforare i conti. Comportamenti che hanno tutti comunicato l'idea che l'Europa sia un vincolo, talora un fastidio, insomma un abito di gala per il di di festa, ma di cui disfarsi quando stringe e impaccia gli Stati nazionali.
Le opinioni pubbliche sono andate dietro ai governi: l'Europa, nella forma dell'euro, è vissuta come la responsabile dell'impoverimento di parte degli italiani o, nella forma dei parametri di bilancio, come la causa della revisione della sanità tedesca o delle pensioni francesi. In Italia poi «l'Europa antipatica» ha avuto molte cattedre: Bossi, per cui è poco meno di un gulag, Tremonti, per cui è soprattutto burocrazia molesta, Berlusconi, più volte lamentoso del non poter finanziare con il debito la spesa pubblica, un movimento no global per cui l'Europa è solo capitalismo finanziario, un bel pezzo di sinistra, Bertinotti, Verdi e un terzo dei Ds, per cui è solo quella dei banchieri.
Perciò l'Europa si ferma, nel migliore dei casi ad aspettare tempi migliori. Purtroppo non aspetta, anzi urge la questione della guerra e della pace ai confini dell'Europa. E neanche i mercati aspettano che l'Europa scelga quali innovazioni tecnologiche, quali produzioni, quale Welfare. Ogni aspetto della vita reale, dalla sicurezza al benessere, dal lavoro alla previdenza, dagli eserciti alle università, vede gli europei in grado di progredire o difendersi in stretta proporzione con le dimensioni, qualitative e quantitative, della loro unione. Ma tutti rifluiscono, volenti o nolenti, verso la dimensione degli affari di casa propria. Bisognerebbe, si dice, privilegiare l'interesse europeo e non quello nazionale, ma questo interesse europeo appartiene di certo alla stessa famiglia dell'interesse generale. Esattamente quel genere di interesse che nessuno cerca più e che molti dicono non esista nemmeno. Questo ci hanno insegnato, questo è quello che crediamo di aver appreso, infatti l'Europa ci sta diventando antipatica.