La democrazia si esporta, con Bush


ROMA. Al vertice di Tunisi con i cinque paesi del Maghreb, Silvio Berlusconi si è detto pronto a «passare la mano» ai suoi successori alla presidenza Ue se la conferenza tra i governi, la Cig, non riuscirà a dar vita a un «buon accordo» sulla Costituzione dell'Unione.
I giorni prossimi, a cominciare dall'incontro previsto per domani con Schroeder, diranno se la sua sortita significa rassegnazione al fallimento dell'impresa o un ulteriore tentativo di forzare la mano ai paesi che non sono d'accordo. Berlusconi ha approfittato della presenza di Chirac alla prima giornata del «cinque più cinque» per sondarlo sulla possibilità di accogliere alcune delle rivendicazioni dei paesi in sofferenza, a cominciare dalla Spagna di Aznar. Allo stato, sembra una delle poche risorse per evitare lo smacco di una mancata cerimonia solenne della firma a Roma del trattato.
All'ordine del giorno sono i problemi della cooperazione, della sicurezza e del flussi immigratori, sui quali ha detto la sua anche Romano Prodi. Ma hanno finito per prevalere le questioni legate al conflitto iracheno. Berlusconi ha fatto una nuova professione di lealtà verso gli Usa dicendo che, come la Spagna, l'Italia resterà in Iraq per contribuire a libere elezioni, ricostruire e democratizzare il paese. Ha chiamato in causa Gheddafi, testimone degli sforzi dell'Italia per evitare azioni militari. Ma ormai, tutto ciò è «alle spalle».
E' l'ammissione di una scelta strategica, confermata al New York Times con concetti più estensivi. L'esperienza irachena, dice Berlusconi, significa che la «comunità delle democrazie» deve intervenire «come esportatrice di democrazia e libertà nel mondo intero», anche se ciò richiede «un cambiamento nel diritto internazionale, che precedentemente prevedeva che la sovranità di uno Stato era inviolabile». In primo piano, «l'incomparabile superpotenza militare degli Stati uniti».
Dissonanti da questa prospettiva sono apparse altre affermazioni sulla strada della negoziazione, come unica soluzione per il Medio oriente, a partire dal conflitto tra israeliani e palestinesi. Cosi come la messa la bando di ogni «sfida» e contrapposizione di civiltà tra Islam e Occidente. Il terrorismo si ferma collaborando. Rassicurante, Berlusconi, anche sullo smacco del patto di stabilità, violato da Francia e Germania con la complicità dell'Italia. Con la licenza di superare il 3 per cento di deficit, si è solo preso atto di una economia che non si è sviluppata secondo le previsioni.
E' toccato a Prodi tenere in primo piano il problema immigratorio, con una significativa parentesi sull'esigenza di restituire al più presto agli iracheni il loro destino. Sicurezza e stabilità nel Mediterraneo dipendono non soltanto da misure poliziesche e militari, ma dalle riforme e da una governance democratica, condizioni di base per la lotta al terrorismo. L'Europa ha bisogno degli immigrati, ma non nelle condizioni «di anarchia e mancanza di dignità.
«Elementi inseparabili» di una immigrazione governata sono la formazione professionale e linguistica.

Renato Venditti