Sfuma la cattura del «re di fiori»
ROMA. Nel mazzo di carte in cui gli americani hanno raffigurato i 52 super ricercati del vecchio regime iracheno, Izzat Ibrahim al Douri è il re di fiori. Era il numero sei. Adesso, dopo catture e uccisioni, è salito al secondo posto dopo Saddam Hussein. Dieci milioni di dollari la taglia sulla sua testa. Anche lui è di Tikrit, come il rais. Sessantun anni, capelli e baffi rossi, occhio e orecchio del capo nel partito Baath, fedelissimo, suo vice nel Consiglio della rivoluzione, il massimo organo del regime.
Al Douri aveva una figlia sposata per un breve periodo del primogenito del dittatore, Udai. Il «cervello», per molti, della guerriglia. Uno degli uomini più crudeli del regime, responsabile di stragi di curdi e di sciiti.
La voce della sua cattura, poi della sua morte, poi di nuovo della cattura, uscita da fonte autorevole del governo iracheno, è stata poi smentita dal comando americano. In realtà, si scopre in serata, è stato catturato il segretario di al-Douri. Anche lui porta lo stesso cognome. E' certo che i militari Usa stanno dando la caccia con la massima determinazione agli uomini di Saddam che potrebbero essere dietro agli attacchi continui. Anche ieri, in due distinti agguati vicino Samarra, dove domenica si è svolta una vera piccola guerra, un soldato americano è stato ucciso. Ma 41 degli uomini raffigurati nelle carte sono morti o catturati, e la caccia continua.
Secondo il comando Usa, sono ancora 15 i latitanti in grado di guidare la guerriglia. Tikrit e Kirkuk sono state nuovamente setacciate, sono stati effettuati arresti. Tra questi, appunto, il segretario di al-Douri. A loro volta le truppe ucraine hanno catturato il generale Khamet Kadim Salman Djugeishi, l'uomo della resistenza di Bassora durante l'avanzata della coalizione, il responsabile, secondo gli ucraini, dell'attacco ad un loro convoglio.
Se la caccia è serrata al nord, dove si pensa possano nascondersi i latitanti del regime, è soprattutto il triangolo Sunnita, a sud di Baghdad, che preoccupa. Il comando statunitense mantiene la sua versione sui fatti sanguinosi di Samarra, ma la vicenda rimane ancora oscura. Ieri il governo iraniano ha fatto arrivare, attraverso l'ambasciatore svizzero, una nota di protesta a Washington per l'uccisione di un proprio cittadino in pellegrinaggio alla moschera di Samarra e il ferimento della moglie, ed ha parlato di comportamento «ingiustificabile» dei militari americani e di «insulto ai mausolei degli imam».
E, dopo la strage di Nassiriya, l'Italia sta rafforzando le proprie difese in Iraq. Blindatura delle ruote, corazzatura dei mezzi, modalità d'azione che toccano le regole d'ingaggio. «Ma - ha detto ieri il capo di stato maggiore dell'esercito, generale Giulio Fraticelli - nella lotta al terrorismo una protezione assoluta, anche in ternini di tecnologie, non esiste, esiste solo la capacità del miglioramento degli aspetti più vulnerabili».
Prosegue intanto il dibattito sul futuro ruolo della Nato in Iraq. E' probabile, ha detto ieri il presidente del parlamento europeo Pat Cox, che se ne parli oggi e domani al vertice euromediterraneo di Napoli. Un ruolo, commenta il generale Carlo Cabigiosu, consigliere militare della nostra ambasciata a Baghdad, «auspicabile ma anche difficile. Devono mettersi d'accordo 19 nazioni». (a.s.)