Fossati: "Pavia? Una tappa della mia storia"
PAVIA. Pavia era una tappa fissa quando sognava di fare musica, oggi sarà uan sorta di rivincita: suonare da protagonista al Fraschini. «Pavia me la ricordo bene - dice Ivano Fossati - E' sempre stata sulla mia strada quando venivo da Genova. Per un ventenne come me il collegamento con Milano (che allora pareva New York per la musica) era un punto di arrivo e Pavia era un appuntamento quotidiano».
Fiorella Mannoia al varietà di protesta di Sabina Guzzanti ha eseguito «Che sarà», brano di Buarque da lei tradotto. Lo proporrà anche lei stasera?
«Lo farò anch'io».
Con lo stesso spirito?
«Posso solo immaginare quello di Fiorella, ma credo che ci andrò molto vicino».
Ll'immigrazione e il no alla guerra sono da tempo temi delle sue canzoni, ma l'attualità li ha resi ancora più forti, forse più del sentimento che le ha ispirate.
«Si, è quello che accade quando le cose che fai restano. Ti trovi a rappresentare in una maniera più forte ciò che pensi da sempre ma del resto queste canzoni si scrivono per sensazioni e anche per scelta».
Certo, ma un conto è una canzone, un conto un manifesto.
«Io dico sempre che non c'è nessun materiale che sia cosi suscettibile ai cambiamenti come le canzoni che mutano cosi tanto agli occhi e alle orecchie delle gente».
Un altro tema da sempre suo è il tempo. Ma come si trova ad affrontarlo, appunto, col tempo che passa?
«Cambia ed proprio per questo che mi rende curioso nei suoi confronti. Il tempo per me riguarda il mutamento delle persone: il mio, ma anche quello degli altri che mi stanno attorno, delle loro abitudini e dei loro modi ed è questo che affascina uno come me. Comunque, bello vedere i segni di quello che passa sulle facce della gente: che sia bellezza o altra, non importa».
Prima del suo ultimo cd «Lampo viaggiatore», ci sono state due esperienze particolari: l'album con Fabrizio De Andrè e il suo disco solo strumentale. Quanto hanno contato nel nuovo lavoro?
«Molto, soprattutto il disco strumentale, per me è stato importantissimo, quasi terapeutico. Avevo voglia di misurare la capacità di raccontarmi attraverso la musica. Un'impresa molto ardua a differenza di quel che si pensa, ma ha rilanciato in me il desiderio di tornare alla parola».
A differenza della maggior parte dei cantautori, lei abitualmente scrive prima i testi e poi le musiche. E' stato cosi anche per questo ultimo disco?
«In gran parte cosi. Ho una grande difficoltà a scrivere sulla musica, mi sento stretto, sulla metrica musicale».
Che rapporto c'è con suo figlio sul palco?
«Un rapporto che è sempre stato di grandissima collaborazione artistica. Anzi, uso una parola un po' esagerata, ma è di grande professionismo. L'aspetto familiare l'abbiamo tenuto da parte. Uno pensa che sia l'affetto a tenerci insieme sul palco più che la musica, invece è proprio l'opposto».
Sta sul palco da una vita, ma cosa cerca davvero in un concerto?
«Cerco innanzitutto di divertirmi. Dopo tanti anni, se mancasse questo aspetto sarebbe davvero un disastro. Cerco novità, musicisti differenti, suoni diversi che diano un'altra rilettura delle canzoni perchè questo infonde vera carica».
Si, ma in fondo si tratta sempre di un repertorio, sicuramente vasto da cui pescare, ma comunque già suonato.
«Non è cosi e la dimostrazione è che stiamo aggiungendo passaggi nuovi. Dopo sei concerti, stiamo di nuovo mettendo mano alla scaletta e ai brani per cambiare. In questo modo riusciamo a rinnovarci ogni volta».
A proposito, quante versioni ha fatto di «Panama», una delle canzoni che le piace sempre meno suonare e che quindi stravolge di più?
«Direi decine, ma non le ho mai contate. Comunque, nel concerto di stasera non comparirà».
L'ha tagliata fuori per sempre dai concerti come «La mia banda suona il rock»?
«Diciamo che le ho archiviate».
Se si dovesse dare un'immagine al suo repertorio, verrebbe da pensare a un treno in movimento sia per il ritmo musicale, sia per quest'idea delle tappe e delle ripartenze. La condivide?
«In parte si. Io ci vedo un qualsiasi mezzo di locomozione. L'idea di stare in viaggio, sospeso tra due punti. Che sia un missile, un areo o un pallone aereostatico non importa, basta che renda il non essere facilmente afferrabile».
Dà tanto l'idea della fuga...
«Si, direi che lo è».