De Riso, parola alla Cassazione
VOGHERA.Gli hanno stretto la mano tanti ex colleghi, si è preso anche qualche pacca sulla spalla. Lui, Paolo De Riso, 40 anni, non ha nascosto l'emozione nel tornare in quel tribunale dove aveva lavorato a lungo, e prima di lui il padre, fino alla bufera giudiziaria che lo aveva travolto venti mesi fa: l'arresto, il carcere, il duplice marchio infamante di avere spacciato droga e di aver fatto filtrare delle notizie riservate all'esterno del «Palazzaccio» di via Plana. Accuse sempre respinte con la forza della disperazione da De Riso. Che ora chiede di essere processato a Brescia, anzichè a Voghera. Ieri mattina, infatti, i suoi legali - gli avvocati Marcello Lugano e Mario Perticarà - hanno depositato il ricorso alla legge Cirami sul legittimo sospetto: un'istanza di fronte alla quale («fatto inedito per Voghera») il Gup Oneto ha disposto l'immediata sospensione dell'udienza, in attesa che si pronunci la Cassazione. Cento pagine in cui i due avvocati cercano di dimostrare che il clima a Voghera nei confronti di De Riso non è sereno e non consentirebbe obiettività di giudizio. «Ho fatto ricorso proprio per questo - sottolinea De Riso - e non per scarsa fiducia nella giustizia o per timore per un verdetto che io per primo attendo, nella convinzione di poter dimostrare la mia completa estraneità alle imputazioni». Spera anche, De Riso, nella revoca della misura coercitiva, gli obblighi di firma, che gli viene ancora applicata: «E' eccessiva, visto che, fra l'altro, già dal mese di giugno sono tornato al lavoro» (al tribunale di Tempio Pausania). Una vicenda che lo segnato anche nel fisico: «Paolo - spiega Perticarà - soffre di una forma depressiva, l'arresto, la detenzione, la lunga trafila giudiziaria gli hanno provocato una situazione di stress psicologico». Ma rimane la convinzione di poter uscire a testa alta dal tunnel: «Se ci credo ancora - conclude Riso - è grazie al sostegno di amici, colleghi e dei miei legali».