Bush e Ciampi: passiamo la mano agli iracheni


NEW YORK. Appariva teso, quasi nervoso George W. Bush all'inizio dell'incontro con Carlo Azeglio Ciampi, avvenuto ieri alla Casa Bianca. Teso non già per i rapporti fra lui è il presidente italiano - che Bush ha definito «un amico stretto» - bensi per la grave situazione che si è venuta a creare in Iraq e che ha gettato nel caos i vertici dell'amministrazione Usa cana. Quando le telecamere l'hanno inquadrato davanti al caminetto, Bush si stava mordicchiando il labbro inferiore come fa sempre quando deve affrontare una crisi difficile.
La strage di italiani a Nassariya è motivo di profonda preoccupazione perché mette in forse il contributo di soldati da parte di altre nazioni e la solidarietà con i paesi che fanno parte della coalizione militare in Iraq diventa ancora più importante.
«Voglio ringraziare il presidente Ciampi per l'amicizia fra le nostre due nazioni, per la sua forte leadership e perché l'Italia tiene duro contro i terroristi che seminano paura nel mondo», ha detto il capo della Casa Bianca mentre le sue parole venivano diffuse in diretta dalla Cnn. «E lo voglio ringraziare per avere compreso che un Iraq pacifico e libero sarà un vantaggio per tutto il mondo. Il popolo iracheno ha bisogno di vivere in libertà, di andare a scuola, di non essere torturato né seppellito in fosse comuni», ha proseguito Bush precisando che gli americani in Iraq stanno portando avanti un compito importante e lo stanno facendo con molta compassione.
Alle parole del presidente Usa Ciampi ha risposto parlando come convinto assertore dell'integrazione europea ed esprimendo gratitudine all'America. «Nessun italiano potrà mai dimenticare quello che hanno fatto i giovani soldati americani per la democrazia in Europa».
Ma Bush si mordicchiava il labbro anche per un'altra ragione. Proprio ieri un importante quotidiano londinese sparava in prima pagina la notizia che il governo di Washington starebbe cercando di affrettare i tempi per trovare una via d'uscita rapida dalla crisi in Iraq.
Il capo dell'esecutivo Usa ha respinto questa affermazione ribadendo ieri al fianco di Ciampi che l'America intende rimanere in Iraq fino a quando non sarà ultimato il suo compito e cioè la liberazione del paese, il ripristino dell'ordine e della stabilità e l'insediamento di un governo democratico. «Resteremo fino a che il nostro compito non sarà finito e dunque fino a che non ci sarà un Iraq libero e pacifico», ha detto il capo della Casa Bianca, respingendo cosi le critiche sollevate ieri dai leader del partito democratico all'opposizione. «Un Iraq libero e pacifico avrà conseguenze di portata storica».
I tempi comunque si stringono e diventa essenziale per Washington trasferire il più in fretta possibile in mano agli iracheni il compito di far rispettare l'ordine nel paese. Per giungere a questo l'amministrazione Usa ha dato nuovo impeto ai combattimenti lanciando l'Operazione Martello di ferro: l'America passa all'attacco cercando di colpire il nemico quando sospetta che lui a sua volta stia per colpire.
Di questa nuova strategia sia militare che politica Bush ha parlato con Ciampi durante un colloquio privato di 35 minuti. «Ci siamo trovati d'accordo sull'obiettivo di accelerare la piena attuazione della risoluzione 1511 che stabilisce un tracciato al processo politico iracheno per costituire un governo con la pienezza dei poteri», ha detto il presidente della Repubblica durante un breve incontro con la stampa.
Ha voluto anche riaffermare che il ruolo dell'Italia in Iraq non è mai stato quello dell'aggressore. «Siamo andati li non per partecipare ad una guerra ma per contribuire alla ricostruzione di un paese».

Andrea Visconti