Di Pietro a Prodi: che intenzione hai?

La risposta di Romano Prodi all'appello di Nanni Moretti mi convince, ma ha bisogno di essere completata. Moretti si appellava alle forze politiche del centrosinistra con una richiesta chiara e precisa: «Trovare il modo di stare tutti insieme intorno ad un programma condivisibile», al fine di battere le destre e di offrire al Paese un progetto di governo più credibile e meno inquinato dai molteplici conflitti di interessi incarnati dal Governo Berlusconi. Per Moretti - e per tanti altri, a cominciare dai sottoscrittori dell'appello di Achille Occhetto - è controproducente arroccarsi nella costruzione di una «mini-lista a tre» (Ds, Margherita e Sdi) escludendo gli altri (o comunque nulla facendo per includerli). Anche Prodi afferma di pensarla come Moretti laddove si auspica che l'iniziativa da lui lanciata «rimanga sempre aperta a tutti coloro - uomini e donne, movimenti e associazioni, forze e raggruppamenti politici - che la vorranno condividere».
Tutto questo a parole, ma nei fatti come la mettiamo? Che interventi concreti intendono prendere i leader del centrosinistra per allargare il fronte della coalizione? E Prodi quali indicazioni di rotta intende impartire? Moretti, nel suo appello, rimarcava che: «Una coalizione forte e credibile deve attrarre e persuadere, non porre barriere ancor prima di cominciare il proprio cammino». Ed ammoniva: «Accettare il veto dei socialisti dello Sdi sulla partecipazione dell'Italia dei Valori di Di Pietro significa senz'altro dividere, non unire». Ebbene, noi dell'Italia dei Valori vorremmo una risposta chiara al riguardo. Ribadiamo la nostra disponibilità a rispondere favorevolmente all'appello di Prodi e al messaggio di «unitarietà delle opposizioni» che in questi ultimi tempi l'elettorato di centrosinistra ha cercato di comunicare ai propri partiti. L'Italia dei Valori (che, vivaddio, fino a prova contraria rappresenta con il suo quasi 4% la quarta forza politica dell'opposizione) ad oggi non ha avuto alcuna risposta (nonostante specifiche richieste che ho personalmente rivolto, anche per iscritto, ai leader di partito).
Solo un assordante silenzio. Gli unici che hanno detto qualcosa sono stati quelli dello Sdi, ma solo per respingerci a male parole (poverini vanno capiti, sono orfani di un'era di «vacche grasse» che non c'è più, anche per colpa o merito mio). Ed allora, la domanda finale a Romano Prodi è: «Tu che intenzione hai? Almeno tu ci puoi rispondere? Interloquendo con Nanni Moretti affermi che 'non c'è nulla di male se all'appello rispondono per primi solo alcuni partiti"». Già, ma che hai intenzione di fare se uno dei partiti risponde positivamente e taluni altri gli sbattono la porta in faccia? Era questa una delle domande di Nanni Moretti e a cui nè tu nè gli altri avete ancora risposto.
Antonio Di Pietropresidente Italia dei Valori

Dorno, critiche infondate
alla Casa di Riposo

In qualità di parenti degli ospiti della suddetta Casa di Riposo San Giuseppe di Dorno, ci sentiamo in dovere di controbattere alle considerazioni alquando denigranti che sono state riportate sul giornale di mercoledi 5 novembre.
Dissentiamo in maniera decisa da quanto è stato denunciato riguardo al cibo scarso ed alla pulizia dei locali adibiti a servizio degli ospiti presenti al San Giuseppe.
Certamente, come in tutte le attività, qualcosa può sfuggire, ma non si deve impugnare la piccola mancanza saltuaria per farne un caso generale di degrado.
Personalmente, avendo ospite la propria mamma in questo Istituto, devo solo ringraziare e complimentarmi con tutti coloro che prontamente l'hanno assistita ed a me si uniscono quelli che, vivendo ogni giorno la struttura, hanno occhi per vedere l'operato eseguito.
Sottolineiamo inoltre che le dichiarazioni in anonimato non apportano e costruiscono alcun beneficio per migliorare la qualità dei servizi creando invece un clima di infondato sospetto che si ripercuote nocivamente sulla pelle di coloro che purtroppo hanno dovuto adattarsi ad un differente habitat allontanandosi dalle loro «cose» e dai loro affetti.
Parliamone a viso scoperto e non con rabbia interiore e probabilmente chi ci sembrava scorbutico o poco professionale, riusciremo ad interpretarlo in un modo positivo.
Seguono 38 firmeDorno

Dorno, una struttura
moderna ed efficiente

Scrivo per esternare tutta la mia costernazione riguardo all'articolo comparso sulla Provincia Pavese di mercoledi 5 novembre circa il cattivo funzionamento della Casa di Riposo San Giuseppe che, come ho saputo, trae spunto da una lettera anonima che purtroppo ha raggiunto il suo scopo: quello di denigrare e gravemente danneggiare.
Conosco di persona uno per uno gli amministratori di quella Casa, il direttore, i medici, le asuliarie, le suore e tutti quanti li operano.
Sono persone serie, motivate, che con il loro costante impegno hanno saputo, passo dopo passo, creare una struttura assistenziale moderna ed efficiente.
In occasione del ricovero presso il San Giuseppe del mio caro papà, deceduto da poco, ho potuto constatare, attraverso le visite giornaliere, con quale professionalità, famigliarità ed effetto, mio padre è stato assistito.
Neppure io figlia, in famiglia, sarei stata in grado - a causa dei quotidiani impegni - assicurargli tante attenzioni.
Maria Savini BernuzziDorno

Quando il Rosario
era recitato in tutte le case

In ogni Rosario è inserito un piccolo Crocefisso, una delle poche cose di cui ogni italiano era sicuro non potesse mai e da nessuno essere contestata. «'Nunc ed in hora mortis nostrae. Amen". La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz'ora la voce pacata del principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz'ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d'oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte».
E' l'inizio del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «Il Gattopardo». Il principe di Salina, dopo aver riunito la numerosa famiglia e tutti i domestici, recita, come ogni altro giorno, il Rosario. Amici del Rosario anche i Salina, come i firmatari dell'articolo apparso lo scorso mese sulla Provincia e intitolato «Il Rosario mai dimenticato». Era privilegio, solitamente, del componente più anziano, uomo o donna che fosse, della famiglia, intonare il Rosario; tutti gli altri, figli, nipoti, parenti fungevano da coro responsorio. E bastava un'impennarsi della voce, come nel film di Luchino Visconti, la scansione più decisa delle sillabe contenute in «Ave Maria», per fa si che l'attenzione allentata di chi rispondeva, i bisbigli, le chiacchiere, venissero interrotti e gli astanti fossero ricondotti come pecorelle smarrite all'ovile, alla funzione della preghiera, alla sua sacralità.
Il Rosario era recitato un tempo in quasi tutte le case, e sempre, là, dove la povertà era più dura e implacabile, la fede era più forte e più grande. C'è una bellissima poesia di Giovanni Pascoli, dalla raccolta Myricae, intitolata «La notte dei morti». L'autore è fuori scena, sembra si trovi, «di là dal fiume e tra gli alberi» per dirla con Hemingway. Il fiume potrebbe essere, anche se non lo è, il Ticino, e il vecchio un ex-pescatore, provato dagli anni e dalle fatiche; e degno di tutto il nostro rispetto, della nostra stima, della nostra ammirazione. Ecco la seconda strofa della poesia: «E forse (io non odo: non sento che il fiume passare, portare quel murmure al mare) d'un lento vegliardo le tremula voce che intuona il Rosario, e che pare che venga da sotto una croce, da sotto un gran peso; da lunge quei poveri vecchi bisbigli sonora una romba raggiunge col trillo dei figli dei figli».
Loris Dalla MarigaPavia