Anche il boss Provenzano curato nella «Santa Teresa»
PALERMO.Bernardo Provenzano è stato ricoverato nella clinica Santa Teresa di Bagheria, per curarsi, e un altro latitante di Cosa Nostra, di livello, sarebbe stato ospitato nella clinica solo per ragioni di copertura. Una clinica punto di riferimento sanitario e all'avanguardia in campo oncologico, probabilmente al servizio di Cosa Nostra, quella del suo proprietario, Michele Aiello, arrestato ieri.
E' una delle certezze investigative raccolte dalla procura di Palermo durante un'indagine antimafia ‘anomala' e dolorosa, che ha costretto i magistrati a puntare i riflettori investigativi nelle stanze da essi stessi frequentate ogni giorno. Un'indagine che promette nuovi sviluppi, dicono gli investigatori, e che nasce quasi per caso, da un filone trapanese, e si sviluppa a Bagheria svelando un accordo insospettabile tra l'ala stragista di Matteo Messina Denaro e il boss della ‘pacificazione' Bernardo Provenzano. E' questo, al di là della rete inquietante di protezioni del capo di Cosa Nostra superlatitante da 40 anni, il dato investigativo più rilevante, raccolto dei magistrati della Procura, che nel 1999 furono ad un passo dal catturare Matteo Messina Denaro, boss stragista di Trapani, che usci dal suo covo di Santa Flavia, a due passi da Bagheria, indossando una parrucca e sfuggendo agli investigatori.
Indagando sulle rete di favoreggiatori si scoprirono due donne, che avrebbero avuto relazioni, una con il boss trapanese, l'altra con Michele Aiello. I quali, a loro volta, avrebbero intrattenuto fra loro contatti. Fu cosi che i riflettori investigativi illuminarono per la prima volta l'imprenditore bagherese incensurato, i suoi rapporti con i boss, il suo presunto ruolo di prestanome miliardario e, soprattutto, i legami tra la mafia trapanese, stragista, e quella bagherese, di Provenzano, più cauta. Un filone tutto da approfondire, dicono gli investigatori, in relazione alle presunte influenze che Cosa Nostra riesce ad esercitare nel mondo della sanità siciliana. Fu cosi che, subito dopo il pentimento di Nino Giuffrè, i magistrati della procura che coordinano le inchieste trapanesi chiesero al pentito se aveva mai sentito parlare di Aiello. E la risposta del collaboratore è stato il punto di svolta dell'inchiesta.