La voce dell'amore ci chiama
Credevo che il mio viaggio fosse giunto alla fine, / all'estremo delle mie forze, / che la via davanti a me fosse sbarrata, / che le provviste fossero finite e fosse giunta l'ora / di ritirarmi nel silenzio e nell'oscurità. / Ma ho scoperto che la tua volontà non conosce fine per me. / E quando le vecchie parole sono morte, nuove melodie sgorgano dal cuore. / Dove i vecchi sentieri sono perduti, / appare un nuovo paese meraviglioso.
Dalle Poesie(ed. Newton Compton) del poeta indiano Tagore (1861-1941) traiamo questi versi pieni di fiducia e di incoraggiamento. A tutti accade di sentirsi talora ormai finiti, stremati interiormente, tentati di ritirarsi da una vita troppo amara rinchiudendosi nell'isolamento e nell'indifferenza. E', questa, la grande tentazione che colpisce sia i giovani sia gli anziani, sia le persone mature, sia chi è esitante e incerto, gli uomini colti e la gente semplice, chi vive solo e chi ha famiglia. Ecco, allora, l'appello del poeta che, tra l'altro, trasforma i suoi versi in preghiera.
Dio, come dicevail profeta Isaia, citato anche da Gesù, non getta via la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante, ma rinnova, rinforza, rilancia. Trasfigura le parole vecchie e stanche imprimendo nuova energia e melodia. Ci spinge sui vecchi sentieri, lungo i quali ci siamo accasciati, per farci scoprire che essi conducono verso orizzonti inattesi e paesaggi di vita e di luce. Il confine tra la freschezza di una vita giovanile e il crepuscolo smorto di una vecchiaia interiore non è cronologico, ma esistenziale. Ci sono, infatti, giovani scoraggiati, dubbiosi, imbronciati, abitudinari, rancorosi, duri e noiosi e ci sono anziani pieni di speranza, di fede, di sorriso, di novità, di amore, di dolcezza e di gioia.
E', dunque, soprattuttonella coscienza e nella vita che si misura lo stato vero di una persona. Certo, anche il tempo e il corpo giocano una loro parte, ma decisivo rimane l'anelito dell'anima che mantiene sempre aperta la mente, fremente il cuore, viva l'attesa. Proprio come diceva il salmista: «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi». Noi siamo radicati sulla terra, ma il nostro anelito ci fa librare verso l'alto, vogliamo offrirci all'eterno e all'infinito.
C'è spesso in noi,quando sostiamo a riflettere o a pregare, una tensione verso l'Oltre, un'attesa che non è quella del domani, una meta che va oltre i risultati ottenuti e programmati. Se dovessimo perdere questo ondeggiare, questo protenderci verso un orizzonte superiore, ci ridurremmo ad essere animali che si muovono nel loro spazio per quel breve tempo concesso e là si dissolvono. L'uomo, invece, è animato da un'attesa insaziabile, da un'infinita inquietudine...
«Siamo natiper ricordare», aveva scritto un altro romanziere, il tedesco Heinrich Böll. Eppure viviamo in un'epoca di smemoratezza. Si, «l'oblio è precursore della morte», del vuoto, dell'inconsistenza, dell'attesa vana. C'è, però, un aspetto particolare, di altro genere, che vorrei sottolineare. Perdere i valori «distillati» attraverso i secoli nella frenesia della novità, accade anche perchè non siamo capaci di sostare a pensare, a studiare, a rievocare, a riportare al cuore («ricordare» significa appunto questo!) ciò che a suo tempo ci è stato offerto, insegnato, spiegato. Dobbiamo permetterci di ritrovare idee, temi, verità, insegnamenti che la melassa della banalità televisiva e della chiacchiera ha soffocato o impastoiato.
Alcune lettureo riflessioni o dialoghi potrebbero riportarci bellezza e luce, autenticità e sostanza, purezza e profondità. Eppure è possibile ritrovare una pace e una bellezza anche in quello stato e in quella fase della vita e ne ho avuto spesso conferma diretta. E' ciò che dice nel passo sopra citato il teologo ortodosso francese Olivier Clément, 82 anni, nella sua opera «La preghiera del cuore» (Jaca Book, 1998). Egli continua cosi, spiegando la missione dell'anziano sereno: «Abbiamo bisogno di vecchi che pregano, che sorridono, che amano con amore disinteressato, che sanno meravigliarsi. Essi soli possono mostrare ai giovani che vale la pena di vivere e che il nulla non è l'ultima parola».
Il tempo ci sfuggecontinuamente di mano; noi stessi ci troviamo insoddisfatti e talora persino estranei alla nostra anima; le altre persone ci deludono e le cose non ci bastano mai. Accanto a noi vediamo gente morire in modo imprevisto e imprevedibile; gli eventi si accavallano e spesso lasciano dietro di sè solo lacrime e insuccessi. Il fare senza posa può essere una narcosi, una sorta di droga o di sonno dello spirito. Ma questo non basta. Ecco perchè bisogna pensarci. Non per disperarsi. E qui è significativa l'altra parte della poesia di Rebora che sente la «Voce dell'Amore che chiama e non langue» provenire proprio da una croce di morte, quella di Cristo. E' cosi che l'uomo si riprende per una resurrezione di speranza e di vita. O come scrive Ronconi: «La morte è un gesto ampio della vita».