Economia, la fase di stagnazione più lunga da mezzo secolo a oggi


MILANO. La Banca d'Italia vede un futuro nero per la nostra economia. E' il vicedirettore generale, Pierluigi Ciocca, a dire che «dopo il primo trimestre 2001 l'espansione dell'attività produttiva è stata pressochè nulla. Si tratta della più lunga fase di ristagno in mezzo secolo». Ciocca, che parla a un convegno di economisti a Salerno, individua anche le cause di questa crisi e punta il dito contro «le responsabilità dei politici, ma anche di imprenditori e sindacati».
Le reazioni non si fanno attendere: rispondono politici e imprenditori. Il problema, però, non sta nel passato ma nel futuro. E l'analisi di Bankitalia è impietosa. «Un'economia a crescita zero - dice Ciocca - può regredire, può non ritrovare l'equilibrio. Vi sono diverse ragioni, come il debito pubblico, il sistema pensionistico, i dati demografici (un numero di anziani sempre maggiore), per ritenere che lo scenario involutivo sia più probabile per l'Italia». Insomma, in parole povere ci sono più possibilità di tornare indietro che di andare avanti. Il vicedirettore di Bankitalia, poi, entra nei dettagli. Parla di 'debito pubblico gravosissimo, lascito di una lunga stagione di irresponsabilità politica". Ma dice anche che le infrastrutture sono arretrate, che le imprese sono troppo frammentate e che le piccole aziende non riescono a crescere la loro dimensione. «Questo - spiega - riduce la competitività dei nostri prodotti sui mercati mondiali. Il limite del made in Italy è nei prezzi alti, ma anche nella qualità. E il quadro si complica con l'arrivo di nuovi partners sui mercati: l'India e la Cina». E la ricetta per uscire da questa crisi? «Rafforzamento della struttura produttiva - dice Ciocca - ma anche alleviamento dei pesi che gravano sull'Azienda Italia, riequilibrio dei conti pubblici, ammodernamento delle infrastrutture. Cosi facendo il ritmo di crescita del Pil salirebbe fra il 2,5% e il 3%».
Fra i primi a contestare l'analisi di Bankitalia ecco Diego Della Valle, imprenditore calzaturiero. «Non è vero che non siamo innovativi - ribatte - anche se è necessario perseverare sull'innovazione per compensare i costi della manodopera delle imprese italiane». «Abbiamo prodotti ad alti costi - aggiunge il 'signor Tod's" - ma questo sta nella natura delle cose, nello stile di vita che abbiamo, soprattutto se compariamo i nostri salari a quelli che vengono pagati nelle nazioni asiatiche e dell'est Europa». Come dire che sul costo dei prodotti non batteremo mai la Cina, dove un operaio guadagna 0,45 euro all'ora (e lavora mille ore in più all'anno di un operaio europeo), ma possiamo compensare gli alti costi della manodopera facendo prodotti sempre più nuovi.
E proprio di Cina ha parla Gianpietro Benedetti, neo-presidente del gruppo Danieli (costruzione di macchine per l'industria siderurgica). «E' la Cina che traina l'economia mondiale - dice - anche se mi fa paura pensare a cosa potrà succedere fra 4 o 5 anni». Benedetti spiega che la Cina cresce al ritmo del 6-8% all'anno e che, al momento, è un Paese che importa moltissimo. Però produce anche molto. Quando avranno imparato a produrre cominceranno a esportare.
Sul piano politico, invece, la risposta a Bankitalia viene dal viceministro Urso (Attività produttive). «E' ingeneroso accusare le imprese - dice - e invece è necessario operare in sintonia per creare un sistema Paese». Di poche parole il commento di Clemente Mastella, segretario dell'Udeur: «Se fanno fuori Tremonti si alza un inno di gioia dalle Alpi alle Piramidi...».

Gigi Furini