I bambini rossi di Bisio
MILANO.Da sempre osservatore capace di ritrarre la nostra epoca con comicità graffiante e intelligente, Claudio Bisio torna in teatro con l'irresistibile e poetico 'I bambini sono di sinistra", ispirato a scritti di Michele Serra e Giorgio Terruzzi ed al concept-album del 1973, 'Storia di un impiegato, in cui Fabrizio De André rileggeva il'68 in modo amaro e disincantato. E' il racconto, quasi il diario, di un uomo come tanti, le cui pagine offrono uno scorcio sulla realtà quotidiana, buffa e drammatica, paradossale e frammentaria.
In un alternarsi molto gaberiano di parti recitate e momenti musicali, l'attore, diretto con mano leggera da Giorgio Gallione, si cala nei panni di un personaggio che decide di fare i conti con la propria vita. Incapace di raccapezzarsi nel mondo in cui vive ed irrimediabilmente in ritardo per prendere parte ai mutamenti della storia, è deluso di non aver partecipato pienamente alla contestazione del'68 e capace di farsi sfuggire pure l'appuntamento con il G8; perplesso nei confronti sia della destra sia della sinistra; pronto a rimproverare i figli soggiogati dalla tv, eppure vittima egli stesso della pubblicità e del consumismo... Di fronte all'insensato teatrino della politica contemporanea non trova di meglio che rifugiarsi nel sogno di una canzone.
Lo spettacolo scorre senza sbavature, unificando i testi - a tratti scritti più con la testa, che con il cuore - con il filo conduttore delle canzoni di De Andrè, animato da un Bisio che, su una scenografia essenziale (tavoli e sedie nere, un paio di specchi e mucchi di giornali), incalzato dalle ottime strumentiste del 'Quartetto Zelig" (Ilaria Bellia al violino, Ilaria Buzzone alla viola, Mariana Carli al violoncello, Francesca Rapetti al flauto), improvvisa (benissimo), recita (bene), canta (cosi cosi), fa sorridere e ridere, spaziando a ruota libera dalla strage di Capaci al consumismo esasperato, dalla politica americana, dall'andropausa all'omeopatia, dalla giungla delle tariffe telefoniche alla morte. E che chiude il monologo con un toccante epilogo, una sorta di poesia non in versi sui 'bambini che sono di sinistra": perché fanno i girotondi, perché tra il colore nero e il rosso preferiscono il secondo, perché se li criticano si offendono, perché non sanno cosa sia l'ordine e perché amano Babbo Natale che somiglia tanto a Carlo Marx. (f. cor.)
REPLICHE fino al 26 al Teatro Studio di Milano.