Oltre la previdenza: il significato politico di una protesta che dilaga nel Paese
Quello di oggi si presenta come uno sciopero generale - per cosi dire - «allargato»: scioperano, come si sa, i sindacati dei lavoratori contro la delega governativa per la riforma del sistema previdenziale, ma la protesta che dilaga nel Paese va ben oltre.
Lo dimostra la quasi insurrezione dei presidenti delle Regioni che ieri, conti alla mano, hanno lanciato un «allarme rosso» per i tagli imposti dal governo; lo dimostrano le vere e proprie burrasche che attraversano la maggioranza, dove è in corso una specie di duello rusticano attorno ai provvedimenti che compongono la manovra di finanza pubblica; lo dimostra lo scontro senza precedenti e gravissimo fra il ministro dell'Economia e il Governatore della Banca d'Italia, due autorità che un elementare senso delle istituzioni vorrebbe in rigorosa e costante sintonia; e lo dimostrano i dati che, giorno dopo giorno, vengono snocciolati dagli istituti competenti, nei quali si legge il progressivo peggioramento dei conti pubblici, la caduta dei consumi delle famiglie, l'aumento della popolazione in condizione di povertà, il regresso dell'occupazione, la stagnazione del sistema produttivo, la perdita di quote crescenti di mercato da parte del «made in Italy».
Il ricorso al voto di fiducia sul decreto che accompagna la legge Finanziaria annunciato dal presidente del Consiglio potrà forse aiutare a superare alcuni scogli emersi in Parlamento, ma non servirà per far uscire governo e maggioranza dallo sbandamento del quale l'uno e l'altra sembrano essere, oramai, in completa balia.
La causa di questo sbandamento, in ultima analisi, è abbastanza semplice: esso è la conseguenza del venir meno dei presupposti su cui questo Governo era nato. Era nato per tenere a battesimo il «nuovo miracolo italiano», ma una volta scoperto che il miracolo non c'è e, al contrario, il Paese sembra aver imboccato un drammatico declino, nessuno è in grado di approntare gli strumenti per affrontare una realtà cosi diversa da quello che era stato prefigurato. Alla delusione è subentrata la sfiducia. E adesso non c'è istituzione, corpo sociale, categoria produttiva che non alzi la voce per dichiarare il proprio dissenso radicale dalle scelte del governo. Dalla Banca d'Italia alla Corte dei Conti, dalla Confindustria ai sindacati che oggi scioperano, dai commercianti, agli artigiani, agli amministratori di destra e di sinistra di Regioni e Comuni di tutta Italia (senza voler ricordare i telespettatori domenicali di Rai 1), tutti stanno dicendo che niente più funziona. E' strano che un presidente del Consiglio tanto attento agli umori della «gente» non ne prenda atto e non cerchi, almeno, in qualche modo, di rimediare.
Quello che il governo dovrebbe leggere in questa giornata di sciopero è perciò un segnale forte, che va molto al di là della questione previdenziale e che parte da una platea assai più vasta di quella rappresentata dalle Confederazioni sindacali: in questo senso, anche se l'etichetta di sciopero politico è stata fermamente respinta dai sindacati, il significato politico di questa giornata dovrebbe essere colto in tutta la sua portata da chi si è assunto il compito di guidare il Paese.