In migliaia pronti a partire dalle coste libiche e tunisine
ROMA.Sarebbero migliaia i disperati nelle mani del racket in attesa di prendere il mare dalle coste del Maghreb, in particolare dalla fascia di confine fra Libia e Tunisia, per raggiungere la Sicilia. A confermare la circostanza sono adesso i superstiti degli ultimi due naufragi avvenuti nelle acque di Lampedusa, uomini e donne fuggiti dalla Somalia che si sono reincontrati e riconosciuti nel centro di prima accoglienza dell'isola, dopo avere tentato la traversata del Mediterraneo in gruppi separati. Sono loro a raccontare ai volontari del centro di accoglienza le tappe dell'odissea fra acqua e deserto che hanno in parte condiviso. E ad evocare lo spettro di una casa prigione, gestita da un vero e proprio racket criminale, alla periferia di Tripoli, la capitale libica. Un rifugio che fungerebbe da base operativa per l'organizzazione che gestisce la tratta degli esseri umani fra Nord Africa ed Europa. Tra le mura di quell'edificio senza finestre nè arredi ma fatto solo di stanze vuote i due gruppi di sventurati dicono di essere rimasti ammassati per alcune settimane, insieme a molti altri clandestini, aspettando il loro turno d'imbarco e lasciandosi alla spalle, al momento della partenza, altre centinaia di migranti «in lista d'attesa».
L'organizzazione che sta gestendo questo traffico, stando agli elementi raccolti dagli investigatori, sarebbe vasta e ben ramificata. Dopo avere pagato prezzi che superano i 1.200 dollari a testa, i clandestini verrebbero trasbordati fino a Tripoli a bordo di automezzi messi a disposizione dal racket che in ogni Paese africano avrebbe allestito centri di prima raccolta. E qui aspetterebbero per due o tre settimane. A fissare la partenza delle carrette - non certo in base alle condizioni del mare - sarebbe poi di nuovo il racket che sembra disporre di una sorta di intelligence in grado di sapere in quali momenti le maglie dei controlli sono più larghe. Il via arriva infine all'improvviso, hanno raccontato ancora i sopravvissuti, che ricordano di essere stati portati su una spiaggia al confine con la Tunisia e caricati su un malconcio barcone stipato fino all'inverosimile. Fra il pianto delle donne e dei bambini che sono stati i primi a morire.
Più parcellizzato è il traffico che coinvolge i migranti di origine tunisina. Come dimostrano le operazioni di intercettazione e rimpatrio immediato compiute ieri d'intesa fra le autorità, i tunisini viaggiano in gruppi ridotti su imbarcazioni più piccole, talvolta gommoni, che fanno rotta sull'isola di Pantelleria, a sole tre ore di navigazione. (n.a.)