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il retroscenaIlario Lombardo / ROMALa polvere degli applausi si è appena depositata e fuori dall'Aula i deputati e i senatori del centrodestra sembrano euforici. La sferzata sulla giustizia del discorso di Sergio Mattarella ha riacceso l'entusiasmo su una battaglia politica che è stata lasciata ai margini della pandemia. Il più elettrizzato è Cosimo Ferri, ex sottosegretario alla Giustizia, deputato di Italia Viva: «Avete visto Davide Ermini (vicepresidente del Csm, ndr) che applaudiva? Applaudivano tutti quelli che si sono beccati le accuse di Mattarella...». In generale, nelle parole del Capo dello Stato, dure ma avvolte in toni lontani dalla requisitoria, i parlamentari intravedono un percorso più ampio per l'Italia, una vera e propria agenda di governo. Il lavoro, la lotta alla precarietà, per la sicurezza sui cantieri, le diseguaglianze di genere, i giovani, il razzismo, il diritto allo studio, le carceri sovraffollate. C'è tanto, tantissimo tra quei cinquantacinque applausi che scandiscono la voglia di riscatto di un Parlamento finito ostaggio di una lunga crisi politica. Forse anche troppo per un governo che ha di fronte a sé un'aspettativa di vita al massimo di altri 12 mesi. Mario Draghi ascolta appena un metro più sotto, dai banchi dell'esecutivo. Si alza ad applaudire anche quando Mattarella denuncia gli abusi della decretazione d'urgenza che mortifica il Parlamento. Non è un processo al governo. Di sicuro non è così che lo vive il premier. Certo, nell'elenco di esortazioni urgenti c'è il bisogno di riforme che Draghi ha ben chiare. Ma «la sintonia», affermano fonti vicine al premier, «è totale»: le priorità «sono le stesse e sono condivise». Potrebbe però cambiare il metodo. Portare a un maggiore coinvolgimento dei leader, come da tempo auspica Matteo Salvini, stufo di essere escluso dalle cabine di regia ristrette ai capidelegazione. E aprire a un maggiore coordinamento con i partiti e i parlamentari. Come da protocollo il presidente del Consiglio sale al Quirinale per rimettere il proprio mandato al nuovo presidente della Repubblica, vedere respinte le dimissioni e ricevere l'invito a proseguire. C'è un punto però che indubbiamente ha l'effetto di scuotere Palazzo Chigi. La riforma del Consiglio superiore della magistratura è in ritardo. A luglio si voterà per la nuova composizione. E già altre volte Mattarella aveva lanciato un appello pubblico a fare presto, a correre per sanare le ferite inflitte dalla lotta feroce del correntismo all'organo di autogoverno della magistratura. Non è un caso che Draghi proprio ieri, in mattinata, abbia visto la ministra della Giustizia Marta Cartabia, in un incontro dedicato specificatamente al Csm. La notizia viene fatta trapelare dopo la cerimonia del giuramento, ma i tempi lasciano intuire che al governo erano al corrente della richiesta, inequivocabile, che avrebbe fatto Mattarella. C'è uno stallo, è indubbio. Tanto che a Palazzo Chigi smentiscono che si riesca a portare il testo della riforma al prossimo Consiglio dei ministri. Come altre volte, la giustizia è un tema che trasforma in pantano le trattative tra i partiti. In questo caso non c'è completa condivisione di quale sia la migliore legge elettorale per nominare i membri del Csm (il Pd è contrario al sorteggio, per esempio) e su come risolvere il problema delle porte girevoli tra magistratura e politica. Draghi vuole capire come uscirne, prima di portare il provvedimento in Cdm. Per farlo deve trovare il modo di scardinare i veti politici. È necessario un accordo blindato, per evitare altre spaccature nella maggioranza o scene come quelle viste la scorsa estate sulla riforma del processo penale, quando i ministri del M5S votarono a favore e subito dopo finirono sconfessati da Giuseppe Conte e dai parlamentari. Sul Csm i partiti adesso sembrano chiedere un cambio radicale, mentre Cartabia nutre diversi dubbi costituzionali sulle modifiche e per questo sente il bisogno della sponda del premier e degli altri ministri. Già a metà dicembre si era precipitata a dichiarare che il testo era pronto ed era nelle mani del premier, augurandosi di vederlo sul tavolo del primo Cdm disponibile. Durante i diversi vertici di governo che si sono susseguiti in un mese e mezzo, però, non c'è mai c'è stata traccia della riforma del Csm. Al punto che, tra i ministri, si racconta di un certo nervosismo della Guardasigilli. E di un senso di imbarazzo di fronte ai parlamentari: il termine per la presentazione degli emendamenti è scaduto lo scorso giugno. --© RIPRODUZIONE RISERVATA