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Alessandro Barbera / ROMAPassaporto vaccinale per ventitré milioni di lavoratori od obbligo vaccinale per tutti? Di qui a una settimana Mario Draghi dovrà prendere una decisione fra queste due opzioni. Dovrà fare i conti come sempre con la sua maggioranza, che con il passare dei giorni e l'aumento dei contagi è sempre più vicina a dire sì alla soluzione più impopolare. Il Pd è schierato per il sì con il ministro della Salute Roberto Speranza. E' favorevole il M5S e da ieri anche Forza Italia. «Noi siamo per entrambe le soluzioni», dice la ministra delle Regioni Maria Stella Gelmini. Restano i dubbi dentro la Lega, dove resiste un'ala no vax. Matteo Salvini in queste ore è silenzioso, ma il ragionamento fatto due giorni fa in cabina di regia dal ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti lascia intendere che anche dentro quel partito la discussione è aperta: «Se si volesse estendere l'obbligo del green pass anche sui luoghi di lavoro - di fatto un obbligo - allora lo Stato dovrebbe assumersi la responsabilità per eventuali conseguenze da vaccino ed elencare le categorie degli esenti». Aprire la breccia al tema dei risarcimenti equivale a discutere dell'opzione erga omnes. Una fonte di Palazzo Chigi sotto la garanzia dell'anonimato spiega: «Il problema dell'obbligo vaccinale non è il se, ma il quando». Molto dipenderà dall'andamento dei contagi: se la progressione resterà quella vista fin qui, e se nel frattempo negli ospedali proseguirà l'afflusso massiccio di malati senza vaccinazione, l'opzione politica dell'obbligo avrà la strada spianata. La strategia alla quale sta lavorando il governo è quella di coinvolgere anche altri Paesi europei. Draghi ha chiesto al ministro della Salute Roberto Speranza di discuterne con i partner più favorevoli: Francia, Spagna, Portogallo, Grecia. Più difficile immaginare che possano essere della partita Gran Bretagna, Germania e gli altri Paesi nordeuropei, dove le frange no vax pesano sulle scelte della politica. Ieri Enrico Letta - che con Draghi ha un filo diretto - ha detto in un'intervista a Repubblica che «il primo Paese che introdurrà l'obbligo produrrà un effetto domino su tutti gli altri». Al premier non spiace l'idea di essere ancora una volta l'apripista delle misure contro il Covid: era già accaduto con la scelta di mettere un militare alla guida della struttura commissariale (idea poi imitata dai tedeschi) e l'introduzione del passaporto vaccinale, che ora è uno standard europeo. E poco importa se sempre Draghi, per limitare i contagi da fuori confine, lo ha in parte disconosciuto con l'obbligo di tampone per tutto il periodo natalizio. Se la scelta dell'obbligo non risulterà percorribile, il primo Consiglio dei ministri dell'anno (con molta probabilità il 5 gennaio) deciderà in ogni caso per l'introduzione del super green pass in tutti i luoghi di lavoro. Speranza sta lavorando a questa soluzione, pur se fra molte difficoltà. Come distinguere fra occupati e non occupati? I lavoratori intermittenti dovebbero esre soggetti all'obbligo come gli altri? Come intercettare i soggetti fragili senza creare discriminazioni fra lavoratori attivi e non? Che cosa accadrebbe ai lavoratori che non accettassero di sottoporsi alla vaccinazione? Sarebbe legittima la sospensione dallo stipendio? E come gestire il passaporto in luoghi come i Tribunali? Si può applicare a tutti coloro i quali entrano in un'aula? Tutte questioni che con il passare dei giorni avvicinano la soluzione più semplice e comprensibile. Fra i governatori regionali, pur se in gran parte di centrodestra, l'opzione è ormai data per inevitabile. Dice il forzista ligure Giovanni Toti: «Per quanto mi riguarda l'obbligo lo possono introdurre anche domattina». E il campano Vincenzo De Luca: «Ora basta con le mezze misure». D'altra parte è sempre su di loro, con l'aumento delle ospedalizzazioni, che pesa la responsabilità politica di gestire l'epidemia. E i dati dicono che sia nei reparti ordinari che in quelli di terapia intensiva, i malati di Covid sono sempre di più concentrati fra i non vaccinati. --© RIPRODUZIONE RISERVATA