Senza Titolo
il retroscenaIlario LombardoFrancesco Olivo / ROMALe dicono: leva la fiamma, fai un partito popolar-conservatore, liberati delle vecchie eredità missine e assorbi Forza Italia. E lei: «No, non è ancora il momento». Non è facile per Giorgia Meloni dismettere Fratelli d'Italia. E nelle ore della morte di Silvio Berlusconi è ovvio che il pensiero, come ricordano alcuni dirigenti, vada ai giorni tormentati in cui assieme a Guido Crosetto e a Ignazio La Russa fondò FdI. Anno 2013, Berlusconi le negò le primarie e Meloni cominciò la sua traversata, in solitaria. Dieci anni dopo si ritrova alla camera ardente di Arcore nei panni di presidente del Consiglio, assieme alla famiglia di Berlusconi, agli amici più antichi, agli altri leader. Resta oltre un'ora, poi esce dalla villa brianzola con La Russa e con i suoi due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il destino del centrodestra è nelle loro mani. L'uomo chiave in queste ore, Tajani a parte, è tornato a essere Gianni Letta. Meloni sa che nessuno meglio di lui può garantire una sorta di continuità, con il sistema di potere della corte berlusconiana: «È il lettismo che sopravvive al berlusconismo», è la battuta ai vertici del partito azzurro. Letta serve come ponte con l'azienda e con il corpaccione che vaga tra Camera e Senato, orfano del padre-padrone. In questa rete di salvataggio lanciata su FI, un ruolo cruciale lo svolge Marina Berlusconi. La primogenita non vuole saperne di entrare in politica, da anni consigliava - inascoltata - al papà di uscire di scena e ora vanta assieme ai fratelli e alle sorelle un credito di circa 100 milioni di euro con il partito. Conoscere la volontà di Marina è, per Meloni, essenziale. La premier guarda al futuro a breve seduta di fronte a un bivio. Può accelerare il processo di fusione, accogliendo gli spaesati forzisti che restano sul ciglio della diaspora. Oppure attendere, congelare lo status quo il più possibile, arrivare alle Europee del 2024 con lo stesso schema di centrodestra partorito dall'intuizione di Berlusconi nel 1994. Tre punte, tre partiti, tre anime. I suoi fedelissimi dicono tutti, o quasi, che è quasi inevitabile scegliere la seconda strada. Forza Italia in questo momento - racconta con un'immagine un ministro di FdI chiedendo l'anonimato - è come i Balcani. Tutti gli eletti si fanno una sola domanda: come mi salvo? Mancano quattro anni e mezzo alla fine della legislatura. Durare il più possibile è l'obiettivo. Lasciare tutto com'è potrebbe essere la migliore medicina. Tenere in vita FI - le sussurrano in tanti, compreso Tajani - è la migliore garanzia per il governo. La spiegazione si basa su un pugno di considerazioni. La prima: lo spazio politico. Il vasto mondo dei moderati che Berlusconi riuscì a sedurre e conquistare, non si ritrova nella casa di Meloni. Se la premier sta maturando verso una figura di leader conservatrice in stile più classico, più europeo, non si può dire lo stesso della sua classe dirigente. Da qui si passa alle altre considerazioni che fanno i meloniani in queste ore. Innanzitutto, il rischio di un contraccolpo sui gruppi parlamentari, dove le antipatie personali sanno essere più potenti dei calcoli politici (vedi il caso della capogruppo azzurra in Senato Licia Ronzulli). Allo stesso modo bisogna stare attenti affinché il saldo finale del consenso dell'intero centrodestra non perda qualche punto. La somma, come è noto, non è mai aritmetica. Il 6-9 per cento che vale FI potrebbe non essere trasferito integralmente a FdI. Tanto più se c'è chi lavora per conquistare parte del personale politico e i voti di quell'area, come ha in testa di fare Matteo Renzi. A sentire i luogotenenti di Meloni, tutto porta a pensare che la premier cercherà di non levare ossigeno a FI almeno fino alle Europee. Certo, forte è anche la consapevolezza che è un tempo lunghissimo e che Tajani potrebbe non avere la forza di un leader. Oggi i dirigenti di FI siederanno uno accanto all'altro. Si scambieranno il segno della pace. Ma usciti dal Duomo di Milano serviranno molti chiarimenti. Nel consiglio di presidenza nessuno ha fiatato. Alla vigilia del funerale del presidente sarebbe stato inopportuno. Una parte dei presenti, però, non ha gradito che, in pieno lutto, siano state ratificate le nomine annunciate da Berlusconi sotto l'influenza della "quasi moglie" Marta Fascina. L'ala critica di FI, con in testa Alessandro Cattaneo, credeva che nell'incontro di ieri ci si sarebbe limitati all'approvazione del bilancio. In questa fase nessuno nega il ruolo di traghettatore a Tajani, ma da lui ci si attende una mossa. L'interlocutrice chiave sarà Ronzulli, con la quale i rapporti potrebbero diventare meno tesi, in nome di una tregua per salvare il partito. Una road map vera e propria non esiste. Ma tutti sono consapevoli che senza una pacificazione non si potrà arrivare alle Europee in condizioni dignitose. --© RIPRODUZIONE RISERVATA