FdI si gode il 4 a 2 ma teme il ribaltone «Adesso serve unità»

Federico CapursoFrancesco OlivoIl vantaggio è provvisorio, ma vale una timida esultanza: «Quattro a due». Giorgia Meloni crede che il bottino del primo turno di queste elezioni amministrative, con quattro capoluoghi di provincia vinti, rispetto ai due del centrosinistra, in fondo sia un buon risultato. «Sono molto soddisfatta. Penso che i cittadini vogliano spronarci a continuare a fare il nostro lavoro», dice arrivando al summit del Consiglio d'Europa a Reykjavik, in Islanda. Le vittorie di Treviso, Sondrio, Imperia e Latina, che a lungo è stato il suo collegio, «ci spingono ad accelerare sulla realizzazione del programma di riforme economiche, sociali e istituzionali». Insomma, tutto bene, «almeno al primo turno», sottolinea la premier. Segno che i veri festeggiamenti sono ancora lontani. D'altronde Meloni sa bene che, storicamente, i ballottaggi hanno riservato di rado sorprese positive per il centrodestra. E anche questa volta i dati che arrivano dalle sette grandi città andate al ballottaggio non offrono basi solide per fare sfoggio di ottimismo. Lo spettro che aleggia sulla maggioranza ha un nome, si chiama «Udine», come l'ultimo ribaltone subito un mese fa dalla coalizione di governo, largamente avanti al primo turno e poi uscita clamorosamente sconfitta. Nei sette grandi comuni ancora in gioco - ragionano ai piani alti di Fratelli d'Italia, pallottoliere alla mano - il rischio di una rimonta del centrosinistra non viene escluso: «Potrebbe finire 7 a 6 per noi, ma anche per loro. È tutto aperto». Serve dunque «unità», come vanno vaticinando gli uomini della premier alla Camera. E non è un caso che, nella sua analisi del voto, Meloni non si concentri sul risultato delle liste di Fratelli d'Italia, che hanno cannibalizzato quasi ovunque gli alleati, ma preferisca parlare della squadra: «Il centrodestra - dice - conferma la sua forza di coalizione di governo, il valore della stabilità e della chiarezza di fronte agli italiani». L'unità si dovrà recuperare a Massa, in Toscana, dove il candidato di FdI ha corso al primo turno contro Forza Italia e Lega, arrivando terzo. Un ricompattamento della coalizione viene dato quasi per scontato dai vertici nazionali, nonostante restino pessimi i rapporti sul territorio, dove l'ultima giunta di centrodestra è caduta per il mancato appoggio degli uomini di Meloni e di alcuni dissidenti di Forza Italia. L'occhio della maggioranza si posa però soprattutto sulle partite che si giocheranno a Pisa e a Terni. Nella città toscana si è sfiorata per una manciata di voti la vittoria al primo turno, ma «se al centrosinistra arrivano i voti di Unione popolare e del M5S, si può riaprire», ragionano nella Lega, e l'affluenza che prevedibilmente calerà al secondo turno «può essere un fattore, perché conterà soprattutto il voto della base». A Terni, in Umbria, la sfida è invece tutta interna al centrodestra. Da una parte la coalizione di governo, dall'altra il candidato di Alternativa Popolare, il partito nato dalle ceneri del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Qui ad avere un peso saranno i voti degli avversari, elettori di centrosinistra che - come temono Meloni e i suoi alleati - potrebbero scegliere di penalizzare il candidato sostenuto dalle tre forze di governo, regalando la vittoria a un outsider. Sembra essere più forte la paura della speranza a Vicenza, in Veneto, dove tra le liste rimaste fuori dal ballottaggio si contano diversi ex esponenti di centrodestra, ma anche qui i rapporti politici si sono deteriorati, come hanno riferito gli sherpa di maggioranza inviati già ieri mattina a sondare le disponibilità per eventuali endorsement degli esclusi al primo turno. A peggiorare la situazione, c'è la partenza in svantaggio: il Pd è in testa e può trovare il facile appoggio del M5S. Restano pochissime chance a Siena, quasi nessuna ad Ancona (l'unico capoluogo di regione al voto), mentre a Brindisi la partita viene considerata «aperta, equilibrata». Se avverrà la rimonta del centrosinistra, «non ci sarà nessuno scossone a palazzo Chigi», assicurano tutti. Però, questo sistema del ballottaggio «va cambiato», ribadiscono i colonnelli di Fdi Giovanni Donzelli e Tommaso Foti. Tutto il centrodestra vorrebbe abbassare la percentuale di vittoria dal 50 al 40%. «Non a breve, sarebbe inopportuno», dice Foti, ma il tema è sul tavolo interministeriale per la riforma del Tuel e «si farà». --© RIPRODUZIONE RISERVATA