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Sette giorni esatti, di qui alla prima votazione per il Quirinale. Ancora non si inizia e siamo già al 27 gennaio, giorno della quarta votazione su Silvio Berlusconi, praticamente nel ventottesimo anniversario della sua discesa in campo: «L'Italia è il Paese che amo», era il 26 gennaio del '94 quando la famosa cassetta fu mandata ai tg. Da non crederci. E chissà se finisce qui perché, fosse per lui, si andrebbe avanti col suo nome a oltranza: quinta, sesta votazione tra una telefonata di Vittorio Sgarbi a qualche vagabondo del gruppo Misto per convincerlo che con Silvio si vede il bel mondo e qualche altro quadro di Madonne regalato dall'Unto del Signore a mezzo Parlamento. Fuori c'è il Paese infetto e distratto dal Coivid, il che, forse, spiega la momentanea indulgenza nella reazione. Dentro il Palazzo la fotografia è quella di un clamoroso gioco degli specchi. A partire dai giovani leoni della destra. Lei - l'ambiziosa Giorgia Meloni - che sogna palazzo Chigi, fieramente all'opposizione di Draghi per rubare voti a Salvini; lui - Matteo Salvini - che a schiena dritta andò al governo con i grillini e voleva annettersi Forza Italia, entrambi pensano, o fanno finta di pensare, o sperano che alla fine il "padre padrone" del centrodestra si ritirerà perché non ci sono i numeri. Ma, nel frattempo, con Dudù scodinzolante sotto il tavolo, dicono "signor sì" nel pranzo di Villa Grande, dimora romana di Berlusconi.Due anni fa evitavano pure le foto perché lo ritenevano "impresentabile", oggi, sia pur tra mille retropensieri, addirittura gli chiedono di "sciogliere positivamente la riserva". Perché? Bah. Per i soldi, le televisioni, perché magari loro non hanno il "quid", per riconoscenza, perché non si sentono liberi, chissà come mai, ma tant'è. Dall'altro lato Enrico Letta pensa, o fa finta di pensare, che i due giovanotti si smarchino e attende, giocando di rimessa con i numeri risicati e con un alleato, i Cinque stelle, smarcato da sé stesso per definizione: dopo tante belle parole sulle magnifiche sorti dell'alleanza giallorossa, per ora neanche uno straccio di candidato di bandiera o di strategia comune.Morale della favola. Mentre tutti attendono, pressoché fermi, un evento che consenta un'accelerazione, l'unico in grado di produrlo è Berlusconi. Ci ha creduto, alla sua candidatura, quando non ci credeva nessuno, ai tempi in cui entrava e usciva dal San Raffaele. E andrà fino in fondo, perché per uno che ha visto la morte in faccia, che è stato cacciato dal Parlamento dopo la condanna per frode fiscale, che ha subito l'umiliazione dei servizi sociali, eccetera eccetera, questa adrenalina è vita, riscatto, di per sé già riabilitazione mentre nei prossimi quindici giorni i suoi avvocati saltelleranno tra Milano e Bari per le inchieste che lo vedono coinvolto.In qualunque Paese al mondo sarebbe una barzelletta. E invece in Italia, con questo curriculum e col 7% di voti, il Cavaliere è tornato il capo del centrodestra nella partita più importante in una democrazia: può contarsi, trascinando gli alleati nella sconfitta, o scegliere all'ultimo minuto un nome di mediazione, ma le carte le dà lui. Insomma: la vitalità di una leadership targata '94 nel collasso delle attuali. Tutto ciò rappresenta il peggior atto di accusa per la sinistra che non ha saputo chiudere politicamente il berlusconismo neanche dopo la decadenza. E per la destra, la più anormale d'Europa, che, pur potendo avere altri nomi potabili, non ha saputo emanciparsi. Viva l'Italia. --© RIPRODUZIONE RISERVATA