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Francesco Grignetti / ROMASapeva di muoversi su un sentiero stretto, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, atteso dalla commissione parlamentare Regeni a giustificare la vendita di navi da guerra all'Egitto. La famiglia ha da tempo fatto sapere che considera un «tradimento» questa vendita, così come la permanenza dell'ambasciatore al Cairo. Ma il governo ha deciso diversamente. Anche se c'è poco da essere soddisfatti. «Siamo tutti preoccupati dei passi avanti che non sono stati fatti in ambito della collaborazione giudiziaria, anche in presenza di un impegno molto forte della Procura di Roma».Guerini, pur dando atto che la barbara uccisione del giovane friulano «è una ferita che non può rimarginarsi» e che il dolore può lenirsi solo «con la verità piena», però ha spiegato perché che con l'Egitto bisogna continuare i rapporti. Dal punto di vista della Difesa «si tratta di un attore regionale imprescindibile. Il ruolo de Il Cairo è determinante per gli equilibri regionali dell'area». In una visione militar-strategica, Guerini ha ricordato ai parlamentari che «oltre ai noti interessi energetici e commerciali, l'Egitto controlla un passaggio marittimo cruciale, il Canale di Suez, per la libertà di movimento del nostro naviglio militare e commerciale verso le acque dell'Oceano Indiano e del Golfo, aree di destinazione dei nostri flussi di export».È un insieme di motivazioni che impongono all'Italia di andare d'accordo con l'Egitto. Di qui la decisione di tornare a vendere armi. Oltretutto, Guerini ha ricordato che in questi anni in cui i nostri rapporti militar-diplomatici si sono «raffreddati», Francia e Usa hanno continuato a vendere armi. I francesi, in particolare, hanno ceduto una fregata analoga alle due che stiamo andando a vendergli noi italiani. Anche loro togliendola alla propria Marina militare per essere lesti nella fornitura.«Le nostre relazioni in ambito Difesa con l'Egitto tengono conto quindi, dell'esigenza nazionale di promuovere sinergie nell'ambito degli obiettivi condivisi relativi alla sicurezza marittima, a quella aerea e per consentirci di intervenire per tutelare la sicurezza dei nostri molti connazionali e delle imprese italiane che operano in Egitto». Senza citare poi il tema della Libia che sta molto a cuore al governo. E alle sollecitazioni del presidente Erasmo Palazzolo, che vede una certa contraddizione tra lo sforzo di armare l'Egitto di al-Sisie il suo sostegno ad Haftar in Libia, Guerini ha risposto che «noi sosteniamo la necessità di una soluzione politica, e perciò teniamo i contatti con tutti i». In ultimo, il ministro non si è sottratto alla domanda di fondo, se per fare pressione sulla Libia sia meglio fare accordi («una interlocuzione seria, esigente, responsabile») oppure alzare muri. Lui sta con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. «Lo sviluppo delle relazioni a mio parere non costituisce un freno alla ricerca della verità. Come Paese dobbiamo continuare a pretendere che debbano essere fatti passi avanti nell'individuazione della verità». --© RIPRODUZIONE RISERVATA