Cesare Prandelli il saggio alla ricerca di un'altra impresa

di Valentino Beccari Da Orzinuovi a Copacabana, dalla nebbia della Pianura padana al sole cocente di Ipanema. Ne ha fatta di strada il piccolo grande Cesare Prandelli da quando ragazzino tirava calci a un pallone sulla terra battuta del campetto dell'oratorio, sotto lo sguardo severo di un parrocco burbero nei modi ma gentile nel cuore. Perché il piccolo grande Cesare è cresciuto a pallone e fede devoto in modo religioso alla sfera di cuoio e alla chiesa. La liturgia della messa e quella della partita per la sua santa domenica. E adesso il Brasile, la "terra santa" per eccellenza del pallone, venerato come un Dio, ma anche la terra dove religione, spiritualità e animismo si fondono. Con passione e leggerezza, con amore e ironia con quella malinconica spensieratezza che Jorge Amado fotografa nel suo "Donna Flor e i suoi due mariti". Operazione Brasile. Cesare parte dal Brasile per conquistare il mondo dopo aver quasi conquistato l'Europa due anni fa. Il nome da imperatore romano non è però una garanzia anche perché l'Italia approda a Rio con le cicatrici di guerra ancora fresche sulla pelle di molti suoi soldati e con un cammino di avvicinamento alla rassegna iridata che non è stato proprio un percorso netto. «Brasile, Spagna, Germania hanno qualcosa in più di noi – ammette il ct azzurro – ma se sappiamo giocare da squadra possiamo fare bene. Ho grande fiducia in questi ragazzi che sono giocatori e persone eccezionali e sappiamo che in manifestazioni importanti come Europei e Mondiali il fattore gruppo è determinante e può anche colmare i gap tecnici e agonistici». Effetto Europei. Prandelli ha avuto il merito di aver riportato l'Italia nel salotto buono del calcio mondiale dopo la deficitaria spedizione in Sudafrica di quattro anni fa. Già perché agli Europei di Polonia e Ucraina di due anni fa la nostra Nazionale non era certo nella parte alta della griglia di partenza ma il ct ha saputo costruire una squadra vincente in grado di eliminare formazioni sulla carta più gettonate come Inghilterra e Germania. Poi in finale con la Spagna è andata come andata ma un secondo posto nell'albo d'oro è impresso con il piombo sulla carta come nei giornali di una volta. «In Polonia e Ucraina siamo stati grandi – ricorda – perché tutti si sono espressi oltre le proprie possibilità e questo ci ha permesso di ottenere un grande risultato. In finale con la Spagna non ne avevamo più e col senno di poi avrei dovuto cambiare sei undicesimi però c'era un debito di riconoscenza verso i giocatori che erano arrivati fino a lì». Il codice etico. Chi sgarra paga. Il codice etico è entrato a gamba tesa a Coverciano però si è ammorbidito con il tempo ma è più che altro frutto di una buona gestione da padre di famiglia, senza figli e figliastri. «Il codice etico non dovrebbe nemmeno esistere – precisa – Prandelli – perché certi comportamenti dovrebbero fare parte del normale atteggiamento in campo dei giocatori. Purtroppo certe esasperazioni del nostro calcio ci hanno indotto a introdurlo però su alcuni aspetti si è fatto un gran polverone per niente». Il rinnovo contestato. Fino a qualche mese fa sembrava che Prandelli fosse pronto ad accomodarsi sulla panchina del Tottenham. Manca il profumo quotidiano dell'erba al ct, sporcarsi le mani nel grasso, la tuta blu da operaio del pallone, insomma una squadra di club. Poi però la proposta della Federcalcio, un ruolo quasi alla Putin a Coverciano e un ingaggio pesante, in controtendenza rispetto alle parole del premier Matteo Renzi sul tetto agli stipendi dei manager pubblici. «Anche qui si sta facendo molta confusione – precisa stizzito il ct – prima perché la Figc non è un'azienda pubblica e secondo perché la Federcalcio proprio grazie ai risultati ottenuti ha potuto realizzare risultati importanti. Mi dà fastidio la cattiveria di chi mi ha attaccato su questo aspetto, soprattutto chi è stato intercettato per cose poco piacevoli. Comunque se dobbiamo discutere del mio contratto sono pornto a farlo». Tu chiamale se vuoi emozioni. Il ct azzurro vuole colpire al cuore. Sa che in Italia il calcio è un culto, una religione, un fenomeno che va oltre il campo e allora spera di toccare le corde degli italiani anche quelli che hanno il pallone in testa solo ogni due anni. «Mi auguro che questa squadra possa regalare emozioni – afferma – sono convinto che vedremo una squadra caratteriale che farà di tutto per stare sempre in partita, ma con uno spunto anche dal punto di vista tecnico e della generosità. Vogliamo sorprendere, non dobbiamo essere solo passivi». Il fattore clima. In Brasile l'Italia giocherà nella foresta amazzonica in situazioni climatiche al limite ed è per questo che sarà determinante arrivare con giocatori freschi, in condizione, non logorati. «Dobbiamo valutare tutto, anche la capacità di reazione e sopportazione – conferma Prandelli – anche e soprattutto la capacità di recuperare dalla fatica fisica. In Brasile dovranno esserci 23 calciatori ma soprattutto 23 atleti». I cattivi ragazzi. Mario Balotelli e Antonio Cassano, i bad boys della comitiva, giocatori talentuosi ma non facili da gestire anche se il buon padre di famiglia Prandelli ha saputo tenerli. «Mario con la Nazionale non ha mai avuto comportamenti fuori dalle regole. Per gol realizzati ha una media molto alta, ha spesso fatto partite importanti, dentro la squadra. Io lo devo valutare per quello che è con l'Italia, poi ci auguriamo possa sopportare ogni tipo di provocazione e che sia integrato a una squadra che sviluppi gioco ma che sia un punto di riferimento, capace di fare tanti sacrifici perché può essere il Mondiale della vita. Antonio poi si è messo a disposizione del gruppo, a 32 anni gioca il suo primo Mondiale e può viverlo da protagonista. È un grande talento, lo sa anche lui e con la maturità ha capito che non bastano due buoni piedi per essere dei campioni. Abbiamo bisogno di lui, delle sue giocate e delle sue invenzioni». La scossa. Da sempre l'Italia dà sempre il meglio di sé quando è in difficoltà e nel 2006 ha vinto un Mondiale in mezzo agli scandali. «Io però voglio partire con un ambiente stimolante, ma senza grandi problemi. Non è detto che l'equazione problemi vuol dire risultato funzioni sempre. Però se ci saranno problemi li affronteremo con tranquillità perché non bisogna esasperare le situazioni ma affrontarle a viso aperto». Parole sagge, come quelle del parroco di Orzinuovi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA