Medio Oriente, rischi su export ed energia
Vincenzo Iorio / TorinoLa nuova escalation di violenza in Medio Oriente e le tensioni internazionali che coinvolgono l'Iran accendono l'allarme sul fronte economico piemontese. A esprimere forte preoccupazione è Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, che invita a non sottovalutare gli effetti della crisi geopolitica sul sistema produttivo italiano e piemontese. Le tensioni legate al conflitto con l'Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici per il commercio mondiale di energia e merci, rappresentano secondo Confartigianato una minaccia concreta per la stabilità dei mercati e per la tenuta delle piccole imprese.«Questi eventi - prosegue Felici - non rappresentano solo una tragedia umana e sociale, ma costituiscono anche un pericolo reale per il nostro tessuto produttivo, formato in gran parte da micro e piccole imprese». Anche territori apparentemente lontani dal teatro del conflitto, come il Piemonte, potrebbero subire ripercussioni significative sia sul fronte dell'export sia su quello dei costi energetici.Uno studio di Confartigianato Imprese evidenzia infatti come il Piemonte sia tra le regioni italiane più esposte ai mercati del Medio Oriente. Nel 2025 le esportazioni verso quell'area hanno rappresentato il 2,09% del valore aggiunto regionale, pari a circa 2,6 miliardi di euro. Un dato che colloca il Piemonte al secondo posto in Italia per livello di esposizione, subito dopo la Toscana. A livello nazionale, i principali mercati di destinazione del Made in Italy nella regione mediorientale restano Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele, Qatar, Kuwait e Libano. Complessivamente, un terzo delle esportazioni italiane verso il Vicino Oriente e il Nord Africa - circa 20,3 miliardi di euro - proviene da settori con forte presenza di micro e piccole imprese.Ma a preoccupare le imprese non è soltanto il possibile rallentamento degli scambi commerciali. Le tensioni internazionali stanno già avendo effetti sui mercati energetici. Alla vigilia delle operazioni militari contro il regime degli ayatollah, il prezzo del gas era intorno ai 32 euro al megawattora, mentre l'energia elettrica veniva scambiata a 107,5 euro. In pochi giorni, al 4 marzo 2026, i valori sono saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, prima di registrare una flessione.Un aumento che riflette l'incertezza geopolitica e che rischia di tradursi in nuovi rincari per imprese e famiglie. Le realtà produttive più colpite sarebbero quelle situate nelle regioni con una maggiore concentrazione di attività economiche. In questo scenario il Piemonte potrebbe registrare un incremento dei costi energetici pari a circa 879 milioni di euro.«Le nostre imprese - sottolinea Felici - già oggi pagano l'energia elettrica 5,4 miliardi di euro in più all'anno rispetto alla media europea per i consumi inferiori a 2.000 megawattora. Un'ulteriore impennata dei prezzi legata alla crisi internazionale potrebbe tradursi in un raddoppio dei costi vivi di produzione, con effetti pesanti sulla competitività».Secondo Confartigianato, la chiusura dello stretto di Hormuz potrebbe inoltre avere ripercussioni anche sul costo delle materie prime. «Il fatto che il gas sia già schizzato verso l'alto - conclude Felici - non aiuta l'economia. In Italia gran parte dell'elettricità viene prodotta proprio con il gas e questo rischia di frenare i consumi, che stavano dando segnali di ripresa». --