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Ha scritto fino all'ultimo giorno: il suo nuovo libro, atteso a breve per Rizzoli, sarà dedicato alla genitorialità e alla famiglia, esperienza che lei, madre d'anima, ha vissuto fuori dai canoni della tradizione e ha plasmato in nome della libertà di scegliere chi si ama. Un atto politico, ancora una volta, a suggellare idealmente una vita in cui Michela Murgia, morta venerdì a 51 anni, non ha mai rinunciato a prendere posizione per la tutela dei diritti, a far sentire la sua voce contro il potere, a rivendicare la scelta di non piacere a tutti. E un atto politico sarà anche il suo funerale, oggi alle 15.30 nella Chiesa degli Artisti a Roma: «un incontro di tutti coloro che l'hanno letta, amata, difesa, sostenuta. Una celebrazione della strada percorsa insieme», spiega l'amico Roberto Saviano. «Questo funerale non ha nulla di privato, per tutti è stato il suo scrivere, per tutti è stato il suo dire, per tutti il suo lottare e per tutti sarà questo saluto». Una lotta non contro la malattia, quel carcinoma che l'aveva aggredita al rene, estendendosi poi ai polmoni, alle ossa e al cervello, come aveva rivelato il 6 maggio al Corriere della Sera («non chiamatemi guerriera, odio i militari», avrebbe spiegato poi). Ma per «arrivare viva fino alla morte», condividendo, in una sorta di diario sui social, gesti quotidiani di dolore, gioia, sollievo, protesta. L'ultimo, contro il sindaco leghista di Ventimiglia che aveva impedito ai migranti che attraversano la frontiera di rifornirsi di acqua al cimitero. In nome del coraggio e della libertà oggi le rendono l'onore delle armi anche da destra, dal governo che Murgia aveva spesso bollato come «fascista». «Era una donna che combatteva per difendere le sue idee, seppur notoriamente diverse dalle mie, e di questo ho grande rispetto», scrive sui social la premier Giorgia Meloni. E parole di omaggio arrivano dai ministri Sangiuliano e Santanchè, mentre il vicepremier Salvini invoca «una preghiera». Anche nel testamento, curato da Cathy La Torre, Murgia ha condensato la sua lotta politica perché ogni tipo di famiglia, anche quella che non prevede legami di sangue, possa avere un riconoscimento «di fronte alla legge e allo Stato», spiega l'avvocata. Le nozze in «articulo mortis» Quella famiglia queer, manifesto anti patriarcato, che la scrittrice ha creato attorno a sé in questi anni e con cui ha festeggiato, il 23 luglio, le nozze celebrate qualche giorno prima 'in articulo mortis' con Lorenzo Terenzi. Tutti in bianco, gli anelli chevalier in resina con le rane, emblema del cambiamento, e la scritta God save the queer ricamata in perline rosse sull'abito disegnato per Michela da Maria Grazia Chiuri. «Non è una festa», aveva spiegato la scrittrice all'atto di sposare Terenzi, attore, regista, autore e musicista, conosciuto nel 2017 grazie a uno spettacolo teatrale. «Lo abbiamo fatto controvoglia: se avessimo avuto un altro modo per garantirci i diritti a vicenda non saremmo mai ricorsi a uno strumento così patriarcale e limitato. Niente auguri, quindi, perché il rito che avremmo voluto ancora non esiste. Ma esisterà e vogliamo contribuire a farlo nascere». Numerose le pubblicazione di Murgias, la prima racconta Il mondo deve sapere (2006), romanzo tragicomico sul mondo dei call center, che ispira l'opera teatrale omonima e il film Tutta la vita davanti di Paolo Virzì (2008). fino al l'ultimo, a maggio, Tre ciotole - Rituali per un anno di crisi: un romanzo che si apre sulla diagnosi di cancro e incrocia storie di cambiamento radicale. Oltre all'inedito, «un libro toccante, sulla famiglia, sull'adozione, sulla figliolanza d'anima, sul fatto che l'individuo non è più forte della collettività, sul superare il sangue come paradigma d'identità», racconta all'ANSA Alessandro Giammei, curatore dell'opera di Murgia e membro della famiglia, restano «un progetto di libro che lei aveva cominciato a curare» e poi «un ricco patrimonio di file scritti in molti anni», con quella «lucidità straordinaria» con cui ha dettato, fino alla fine, le ultime pagine. --