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Il casoMonica Serra / MilanoAll'una e mezza di notte c'è un uomo che si dispera a pochi passi dal cadavere di una figlia che si augurava di riabbracciare. Giulia era proprio lì, a Senago, stretta in una fessura tra una serie di box con la serranda di alluminio e il retro di un palazzo, a poco più di cinquecento metri dalla casa in cui, fino a sei giorni fa, la credeva felice, in attesa del suo primo figlio. Dopo una giornata infinita, consapevole delle tracce trovate sul suo T-Roc e di tutto il sangue sulla scala condominiale che il Luminol dei carabinieri ha fatto riaffiorare, additato come «il mostro» e «l'assassino» dai vicini sotto i riflettori di telecamere e macchine fotografiche, Alessandro Impagnatiello è crollato. In caserma per firmare i verbali, ha confessato di aver ammazzato a coltellate la fidanzata Giulia Tramontano, al settimo mese di gravidanza, e ha indicato il luogo in cui solo la notte prima l'avrebbe nascosta dopo essere andato in giro in auto per un giorno «con il cadavere nel bagagliaio». Lo hanno visto coi loro occhi la pm Alessia Menegazzo e l'aggiunta Letizia Mannella prima di interrogare il barman trentenne fino alle otto del mattino. Ma anche dopo che la verità peggiore lo ha travolto, per i magistrati, Impagnatiello «ha continuato a mentire, a manipolare la realtà», che le indagini della squadra Omicidi del Nucleo investigativo hanno ricostruito. È successo tra le 19,05 e le 20,30 di sabato 26 maggio. Per l'accusa, Impagnatiello ha premeditato l'omicidio della compagna. Perché cinque minuti prima che lei rientrasse, dopo il confronto a Milano con l'altra donna del trentenne, lui aveva già cercato nel web «ceramica bruciata vasca da bagno»: proprio il posto in cui, dopo aver ucciso a coltellate Giulia, ha provato per la prima volta a bruciare il corpo. «Era rassegnata, la vita per lei era diventata pesante» ha sostenuto davanti ai pm spiegando che, «con il coltello che stava usando per i pomodori» sarebbe stata lei per prima «a procurarsi tagli sulle braccia e sul collo». Così il trentenne continua a mentire: «L'ho uccisa per non farla soffrire» mentre la ragazza «provava a difendersi e a divincolarsi». «A quel punto volevo in qualche modo liberarmi del corpo»: lo ha trascinato nella vasca da bagno e ha provato a dargli fuoco con l'alcol per le pulizie. Ma «c'erano gli arredi». Per questo, ha deciso di «continuare nel box» trascinando il cadavere per le scale - che poi ha pulito come ha potuto - facendo attenzione «a non esser visto» e seminando «una scia di cenere» notata da una vicina. «Alle 23, 30 la casa era ormai pulita dalle tracce». E, mentre il corpo della ventinovenne era nell'interrato, Impagnatiello ha videochiamato l'altra fidanzata e l'ha raggiunta sotto casa. Col rischio, ipotizzano i magistrati, di ammazzare anche lei, «tenuto conto della peculiare crudeltà» che ha mostrato. Tant'è che la ventitreenne riferisce di non averlo fatto entrare perché aveva «paura» e «non sapeva che fine avesse fatto Giulia e di cosa fosse capace lui». Così, getta il cellulare e le carte di Giulia nel tombino di un parcheggio in zona Comasina, e torna a casa alle 3 di notte. «A quel punto dovevo far sparire il corpo cercando di dargli ancora fuoco», ricostruisce nell'interrogatorio. Prende una bottiglia di benzina e la versa addosso al cadavere. Ma «non riuscivo a vedere quelle fiamme sul corpo - sostiene - e decidevo di spegnerle intorno alle 5 del mattino». Più probabilmente, secondo i pm, ha capito che non sarebbe riuscito nel suo intento. Impagnatiello dorme qualche ora, poi va al lavoro e quando torna, anche su consiglio della madre che ha già provato a cercare Giulia, va a denunciarne la scomparsa alla stazione dei carabinieri di Senago. Che, sin dal primo momento, trovano troppe incongruenze nelle sue parole. E a casa sua, poco più tardi, sentono una forte puzza di benzina che il trentenne giustifica in maniera fantasiosa. Il corpo di Giulia, intanto, era nel box. E se i carabinieri lo avessero aperto? «Forse speravo lo facessero, ero mortificato dalla preoccupazione». Poi, sposta ancora quel corpo martoriato nella cantina. Alle 7 di martedì lo carica nel bagagliaio, per un giorno va in giro con il T-Roc, fino alle 2,30 di mercoledì, quando abbandona il cadavere nel posto in cui è stato trovato. Dice di aver fatto tutto da solo, ma i pm ci credono poco. Nei cinque giorni di menzogne, le sue ricerche sul web per l'accusa testimoniano il rischio di inquinamento delle prove - capace come si è dimostrato di falsificare documenti - e la volontà di fuggire con uno «zaino da trekking molto capiente». Ha agito in maniera «crudele», «per futili motivi» e ha continuato ha inviare sms alla vittima: «Dicci solo che sei fuggita in qualche Pese lontano per buttare giù tutto». Mentre il suo corpo era nascosto nel box e la famiglia, disperata, lanciava appelli sui social per trovarla. --© RIPRODUZIONE RISERVATA